Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


Con la qualità non si scherza. Parola di Enrico Maletti

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“Parmaindialetto” è nato il 31 luglio del 2004. Quest’anno compie 13 anni

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sabato 30 giugno 2012

Il Vangelo della domenica. Commento di Don Umberto Cocconi.




Pubblicato da Don Umberto Cocconi il giorno sabato 30 giugno 2012 alle ore 21,32

Dal Vangelo secondo Marco: Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».

Non rimaniamo sempre esterrefatti quando leggiamo il Vangelo? Secondo Roberto Benigni, è una lettura sconvolgente quanto “andare in manicomio”, ovvero, ci presenta vicende che oltrepassano la logica degli eventi consueti – e che insieme sono di un’indescrivibile, incantevole bellezza. E’ il caso della donna malata che tocca il lembo del mantello di Gesù assediato dalla folla, una storia che non può non colpirci profondamente. L’evangelista racconta di una donna che perde sangue da dodici anni, perde la sua vita in modo disordinato e apparentemente irrimediabile, vivendo un dramma che per noi è difficile anche solo immaginare. Considerata impura dalla legge, sfuggita da tutti, impossibilitata a vivere una vita normale, vede Gesù, lo rincorre, si unisce ai tanti che hanno saputo dell’eccezionalità del rabbì galileo, delle sue doti di guaritore.

Vuole a tutti i costi incontrarlo, azzardare un contatto fuggevole – solo con l’abito, niente di più – cercando di non dare nell’occhio, quasi a voler ridurre la portata di quel gesto proibito. E tuttavia, non si tratta solo di questo. Cos’avrà visto, questa donna, nello sguardo di Gesù? Solo le doti del taumaturgo? No, ha visto ben altro. «Vede negli occhi di Gesù l’eternità» (R. Benigni). Per questo si fa largo a fatica nella calca, si fa piccola per non essere veduta, giunge a “strisciare come un verme” per raggiungere il Signore: deve fare un percorso e ha il coraggio di farlo – come tutti noi, del resto, se vogliamo arrivare a Gesù. “Se riuscirò a toccare un lembo del suo mantello sarò non solo guarita ma salvata”, dice a se stessa. “Se riuscirò a fare quei cinquanta metri” –  che per lei sono chilometri –  “il male mi lascerà”. E’ un miracolo piuttosto strano, questo, atipico: la guarigione è quasi “estorta”, sembra avvenire indipendentemente dall’intenzionalità di Gesù. Infatti è la donna che pensa, che vuole, che parla fra sé e sé. Che osa l’azione.

Questa donna crede profondamente nell’uomo che forse non conosce neppure; lo sguardo di lui, però, le ha rapito il cuore. Ecco perché si mette in cammino tra i sassi e la polvere, tra le botte e gli spintoni rimediati in mezzo alla folla – e alla fine riesce a toccare il sospirato lembo del mantello. C’è un’immensa folla anonima che si accalca attorno al Signore. Molti lo toccano, fisicamente, ma non succede nulla; nessuno si distingue, nessuno assume un particolare rilievo, nessuno appare “personalizzato”, con un volto o un desiderio proprio. «Tutti ti stanno malmenando – dice Pietro a Gesù – e tu dici “chi mi ha toccato”?» (R. Benigni). C’è un modo di toccare che è privo di sensibilità, di attenzione, di volontà di giungere a un rapporto degno di questo nome. Un contatto violento, famelico, poco “umano” nel senso più alto. Ma Gesù volge intorno lo sguardo cercando una e una sola persona: sente che una certa mano, a differenza di altre, lo ha toccato con fede profonda, ha sentito che una potenza vivificante è subito uscita dal lui, immediata come una risposta, come richiamata, attratta dal “vuoto” di quel bisogno estremo, di quella domanda fiduciosa. Qualcosa di grande è accaduto.

La donna ha messo in quel piccolo gesto di contatto tutto il valore del suo credere: la sua fede si è fatta gesto, si è fatta incontro, si è fatta relazione.  «Dalla massa è emersa una persona. Ora i due sguardi si incontrano, e lei capisce che ha davvero incontrato la salvezza e non solo la guarigione. Questo emergere della persona è avvenuto attraverso una comunicazione di forza risanatrice da parte di Gesù alla donna. Ma, a differenza di altre volte in cui la comunicazione è diretta (Gesù parla, comanda, tocca), qui è sufficiente un lembo del mantello, sfrangiato e impolverato, per stabilire la possibilità di un incontro» (C. M. Martini). Cristo lo si tocca, lo si raggiunge più adeguatamente con la fede che con la carne. Tutti (molti, quanto meno) cercano Gesù, ma pochi fanno realmente esperienza di Lui. E pensare che talvolta basta anche solo un istante di vera disponibilità, un’umile occasione, un abbandono sincero del cuore, per incontrarlo e cambiare il corso apparentemente obbligato e disperato di una vita.

Non è difficile per noi riconoscerci nella condizione della donna sofferente di emorragia. Non patiamo ogni giorno anche noi una perdita di vita? Non ci sentiamo continuamente, o almeno frequentemente, svuotati? Non siamo tante volte alla ricerca affannosa di farmaci per stare meglio, non ci affidiamo a tutti i ritrovati specialistici del momento? Non ci rivolgiamo anche noi a tanti medici per guarire? Ciò che può guarirci più radicalmente è invece l’affidamento a chi può più di noi, Colui al quale niente è impossibile. Se fissassimo il nostro sguardo in Gesù, di certo troveremmo tutta la forza per compiere, costi quel che costi, il cammino che ci dà la possibilità di toccarlo, di essere profondamente risanati da lui, di osare la fiducia che salva, al di là del legittimo desiderio di guarigione fisica. Anche a noi, del resto, è data la possibilità di toccare non tanto e non solo il lembo del suo mantello, ma molto di più, il suo stesso Corpo.  Non è forse questo l’eucaristia? Quel frammento di Pane che le nostre mani accolgono e custodiscono come un dono, in un densissimo istante, prima di portarlo alla bocca e dissolverlo rapidamente in noi, è il pane della vita, non solo fisica, ma prima di tutto spirituale. «Chi mangia questo pane vivrà in eterno ... e il pane che io darò è la mia carne per la salvezza del mondo». Se cerchi la salvezza, come la donna sanguinante del Vangelo, vivi con fede il breve, intenso contatto con il Corpo di Gesù, e non solo sarai guarito, ma salvato per l’eternità
(DON UMBERTO COCCONI)


Cambio di gestione alla “Giovane Italia” di via Kennedy. Il più antico circolo dell'oltretorremte.









(Testo blu in italiano)
In tre anni hanno trasformato il più antico circolo dell’Oltretorrente. Hanno ringiovanito la Giovane Italia. Le tessere degli iscritti sono passate da 130 a 7800. La Giovane Italia di via Kennedy cambia gestione. Il  25 aprile del 2009 Davide, Laura, Chiara e Federica, erano stati loro a cominciare l’avventura della nuova gestione della “Giovane”. Nel Circolo di Porta Santa Croce, hanno organizzato centinaia di concerti, ospitato eventi, mostre e presentazione di libri. E’ dispiaciuto il presidente della Giovane Italia Giuseppe Galaverna, il quale dichiara che per la continuazione del circolo c’è bisogno di giovani, e anche in funzione della posizione strategica, si deve mantenere questa voglia di nuovo. La festa per il cambio di gestione durerà oggi e domani.

(Testo giallo dialetto parmigiano)
Cambi  ‘d gestjon ala “Giovane Italia” in via Kennedy
In tri ani j àn trasformè al pu antigh circol äd l’Oltretorént. J àn ringiovanì la Giovane Italia. Il  teseri  di sòsi j én  pasädi da 130 a 7800. La Giovane Italia äd via Kennedy  l’à cambja gestjon. Al  25 avril dal 2009 Davide, Laura, Chiara e Federica, j én  stè lor  a cminsér  l’aventura  ädla  nuòva gestjon ädla “Giovane”. In-t-al  Circol  äd Porta Santa Cróza,  j àn organiè  sentonär  äd concert, ospitè  evént, mòsstri  e prezentasjón  äd lìbbor. L’é  dispiazù bombén  al presidént  ädla Giovane Italia Giuzép  Galaverna,  al cuäl al  diz che par la continuasjón  dal circol gh’ é  bizòggna  äd giòvvon, e anca  in funsjón  ädla pozisjón comda bombén ädla socetè,  a gh’é  da mantgnìr  la  vója  äd nóv. La fésta p’r al cambi  äd gestjón la  durarà incó e dman.

(Tgnèmmos vìsst)
Enrico Maletti

(Nelle foto: il presidente della Giovane Italia Giuseppe Galaverna, e la sede della società di porta Santa Croce a Parma)

martedì 26 giugno 2012

Presentata presso la biblioteca Comunale di Sorbolo la stagione estiva Sorbolese.



SERE D'ESTATE SORBOLO 2012.

Rassegna di concerti e spettacoli.
INGRESSO LIBERO.

Presenti alla conferenza stampa:
Rita Buzzi, assessore alla Cultura del Comune di Sorbolo, Nicola Cesari, Assessore allo sport e delle politiche giovanili, Roberto Ughetti, presidente asociazione culturale "Arti e Suoni" coorganizzatore della manifestazione con il Comune di Sorbolo, Mauro Adorni per la compagnia dialettale "La Sissese", Aldo Pesce per la compagnia "Nuova Corrente", Giordano Ferrari per la compagnia "I Burattini dei Ferrari", Fabrizio Cresti per "Gommaland", Ombretta Sarassi per "OPEM" SPONSOR DELL' INIZIATIVA, Gabriele Gabbi, presidenta Centrio Sociale Ricreativo Autogestito.





DALLA COMPAGNIA "I BURATTINI DEI FERRARI" RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO:




(Foto di Enrico Maletti)
La Compagnia I Burattini deiFerrari
è lieta di invitarVi al Teatro estivo giardino segreto San Paolo
In caso di maltempo lo spettacolo si terrà all’interno del museo
Museo Giordano Ferrari - il castello dei burattini
via Melloni, 3 - Parma
www.castellodeiburattini.it 

Domenica 01 luglio 2012 ore 17.00


" LA FAVOLA DELLE TESTE DI LEGNO”
Storia dell'animazione dalle origini ad oggi in forma teatrale
durata 50 minuti

Vi attendiamo
Daniela & Giordano Ferrari




 

domenica 24 giugno 2012

Rivoluzione nell’assetto della Diocesi di Parma. Le parrocchie scendono da 309 a 56. Tutte avranno un nome e uno spazio su internet.





Il Vescovo Enrico Solmi ha presentato ufficialmente il nuovo assetto Diocesano. A settembre sarà rezo noto il nome dei parroci, "Moderatoti"

Rivolusjón  in-t-l’ órdin ädla Diocezi äd Pärma.  Il parochjj  i van  da 309 a 56. I gh’ aràn tùtti  un nòmm  e un sito su internet. Al Vèsscov  Enrico Solmi l'à prezentè uficialmént  al nóv órdin  Diocezàn. A setémbor  srà réz nòt al nòmm di pàroch, "Moderatór"


(TESTO IN DIALETTO PARMIGIANO)
L’elénch dill 56 paròchi.


1)      Catedräla, SS. Bartlamè  e Lisàndor, S. Pédor, Santa Teréza dal B.G., SS Trinitè.

2)      S. Michél, S. Sepólcor, S. Antònni  Abè , S. Bendètt.

3)      S. Cuintén, S. Cristina, S. Maria Madaléna  S Oldrìgh, S. Tomè, S. Vidäl.

4)      Bón Pastór,  S. Evàzi, S. Fransèssch d’ Asizi,  Fraór, S. Pancrasi, Vicfért, Vigiolànt.

5)      Famija  ‘d Nazzareth, S. Andrea, SS. Stimmate.

6)      Santa Cróza,  S, Giusép, SS. Nonsjäda.

7)      S. Maria ädla Päza, S. Patrìssi.

8)      S. Pelegrén, Vighéfi.

9)      Ognisànt, S.M. dal Rozäri, S. Märch.

10)   Beato Cardinäl Feräri, Ogsól, Paradìggna, Pisoléz, Ravadéz, Pedergnàn.

11)   Corpus Domini, S. Zvàn  Batìssta.

12)   S. Leonärd, S. Bernärd, Cristo Risòrt, Molèddol, Bagansolén.

13)   Maria Immacoläda.

14)   Sàcor  Cór.

15)   S. Làzor, S. Pròspor, Martoràn, S. Donè,  Casalbaròncol, Bensèj.

16)   S. Pàvol, Vicpò.

17)   Spìrit Sànt.

18)   Trasfigurasjón.

19)   Bagansóla, Castelnóv, Videgmér.

20)   Eia, Fognàn, Roncopàscol.

21)   Corcagnàn, Cargnàn, Vigatt, Gaión, S. Rufén, Älbor.

22)   Panòcja, Aróla, Torciära, Casatìch.

23)   Montzè, Bezgagojàn (La Vìlla), Monc’rùggol, Tortjàn.

24)   Mariàn, Porporàn, Marór, Clorèjj.

25)   Marjàn,  Malandrjàn.

26)   Bezganóla, Mamjàn.

27)   Calistàn,Fragn, Canzàn, Vigolón, Ravaràn, Marsolära, Ramjàn, Lezgnàn Pälmia,Valeràn.

28)   Flén, S. Michél Tjór, Barbjàn, S. Iläri Bagansa, Sèvvla, S. Michlén di Gat.

29)   Säla Bagansa, Majàtogh, S. Vidäl  Bagansa.

30)   Colècc’, Madrèggol, S. Martén Sinsàn, Lemgnàn.

31)   Gajàn, Osàn, Giaróla, Talgnàn.

32)   Colórni, Mzàn  Róndon, Copèrmi, Sàca, Sanguìggna, Vèddol, Mzàn Sup.

33)   Mzàn Inf.,  Casäl, Coénsi.

34)   Sòrbol, Bogléz, Casaltón, Frasanära, Ramosél, Ensàn.

35)   S. Pòl, Gajàn, S. Andrea, S. Siro, Torìl.

36)   Langhiràn, Matalèjj, Strognàn, Tordnäz, Castrignàn, Manzàn, Rjàn, Cuinsàn, Catabjàn, Cosàn, Antesica,  Orzäl.

37)   Lezgnàn di  Bagn, S. Michél  Cavàna, Favjàn, Mulasàn, Stadiràn, Rivälta, S. Maria dal Pjàn.

38)   Bduss, Pedergnàcla, Signàtich, Sàvna, Véstla, Pugnèddol.

39)   Tisàn, Izla, Albasàn, Carpanè, Ansòlla, Läghermón, Moragnàn, Ruzén, Maduréra, Caprìlli, Muziära Sup., Reno, Càzla, Caròbi.

40)  Cornì, Agna, Villula, Balón, Gramàtica, Vestàna, Grajàna, Rocafrära, Màra, Canè, Bòsch, Mosäl, Sésta.

41)  Mónc’, Riana, Casaróla, Pjanadè, Val ‘d Tàca, Trifjùmm, Rigóz, Rimagna, Lugagnàn, Céda, Csanél.

42)  Palanzàn, Trevgnàn, Zibana, Canè, Ruzàn, Ranzàn, Pradpjàn, Lalàta, Vàjer, Vestàna, Nirón, Valséga.

43)  Bersèjj,  Bergòt , Ca’ selvàtga, Castlónc’, Còrcia, Fugasól, Pagasàn, Rocaprebälsa, Valbòna.

44)  Solgnàn, Sèlva dal Bochètt, Il Giäri, Lòsla, Prelèrna, Predamoglàna.

45)  Fornóv, Ramjóla, Rubjàn, Riccò, Pjantòggna, Respìss, Orjàn.

46)  Svisàn, Bardón, Càzla, Càsi, Corgnàna, Nevjàn  di Ròss, Terénsi.

47)   Medzàn, Mjan, Felgära, S. Andrea, S. Lusja, Rocalansón’na, Varàn  Marchéz.

48)  Varàn  Melgär, Vjasàn, Montsäls,  Fòzi, Vianén, Spéc’, Seravàl.

49)  Travarsèddol, Vignäl, Casóla, Sivisàn, Tòrra, Castjón Baràt, Garduazón, Banón.

50)  Nevjàn ‘dj Arduén, Provasàn, Bazàn, Urzàn, Antréola, Mozàn, Lupasàn, Scuràn, Lodrignàn, Zdòggn, Medjàn, Srèddol,  Sas, Càmpra, Vjasàn.

51)  Fontanlè,  Giära , Tocalmàt, Cazalbarbè, Albarèjj, Al Grùggn.

52)  Fontvìv, Bianconéz-Belén’na.

53)  Soragna, Djól, Carzè, Castlén’na.

54)  Nozèjj,  Pónt da Tär,  Sanguiggna, Costamzàna, Cella.

55)  S. Zgónd, Castlicärd, Piss, Rocabjànca, La Fòsa, Fontanéli.

56)  Sìssa, Palazón, Gramgnàs, Torzéla, Coltär, San  Nazär, Tricazè, S. Cuìrrich äd Tricazè, Roncch Camp Canè, Vjaról.
(Tgnèmmos vìsst)

(Enrico Maletti)
(Il testo in italiano di Luca Molinari è stato pubblicato sulla Gazzetta di Parma di domenica 24 giugno 2012)




Il Vangelo della domenica. Commento di Don Umberto Cocconi.






Pubblicato da Don Umberto Cocconi il giorno domenica 24 giugno 2012 alle ore 6,56

Dal Vangelo secondo Luca (1, 57-66. 80)  Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui. Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

Che sarà mai questo bambino?». Anche alla nostra nascita, probabilmente, le persone a noi vicine avranno detto: “Chi sarà mai questo bambino?”. Certo, noi eravamo troppo piccoli per comprendere le loro parole, ma abbiamo visto volti e mani che si sono prese cura di noi, facendoci sentire speciali e unici. E ora che il bambino è cresciuto, chi è diventato? Che fine hanno fatto i sogni, le aspettative che il mondo aveva su di lui? La sua, la nostra vita si è svolta tra alti e bassi: più bassi che alti, forse. Eppure, nonostante tutto, nel cammino della nostra vita c’è stato chi ha creduto in noi, chi ci ha dato fiducia oltre ogni merito.
Il giorno della nostra nascita ci è stato dato un nome. Una delle esperienze più straordinarie di una coppia è fantasticare sul nome da dare al proprio bambino. Dopo l’annuncio del concepimento, pensare al nome significa già configurare l’identità di colui che nascerà: è in questo momento che il nascituro viene riconosciuto come figlio. Quel nome appartiene a noi, al nostro passato, al nostro modo di essere, prima che a lui. In quel nome noi forgiamo un segno indelebile: il “marchio” del nostro amore per lui, il giuramento di camminare sempre al suo fianco, nelle avversità e nelle gioie della vita. “Che nome date al vostro bambino?” sono le parole con cui inizia la celebrazione del rito del battesimo. Sono le prime parole che la Chiesa rivolge ai genitori che chiedono il battesimo per il loro bambino, le parole della comunità dei credenti che accoglie il nuovo nato. Nel linguaggio ebraico il termine “nome” è usato nel senso moderno di “persona” e “personalità”. 
Dio non fa calchi, fa solo originali. Ogni uomo approda all'essere con il suo volto, unico, originale, irripetibile. Ogni giorno, l'uomo è chiamato a riscoprire l'immagine vivente di Dio che si porta dentro. Non è un essere statico, "è un gerundio", afferma Alonso Schökel: è definito dalla forma progressiva. «Noi non siamo propriamente uomini, ma lo stiamo diventando» (Johann Gottfried Herder). A Pitagora fu chiesto quale fosse il compito degli uomini e lui rispose: “Contemplare il cielo". L'uomo è fatto per guardare il cielo, per sollevare lo sguardo verso l’alto (non è prono il suo corpo, infatti, ma eretto) sopra le fluttuazioni delle cose che passano. Se egli è immagine di Dio, il cielo – nel senso della presenza di Dio – è in qualche modo il suo specchio. L'uomo vi si rispecchia per ritrovarsi. Deve guardare il cielo non per evadere dal mondo, ma per colmarlo di significato. Non per distrarsi dalle lotte della storia, ma per impegnarsi di più al servizio degli altri. Ogni giorno Dio dice: "Fatti uomo. Diventa ciò che sei. Se vuoi puoi diventare migliore, puoi passare dalla persona alla personalità, a patto di non ridurti a personaggio”.
Il termine esistere, “ex-sistere”, significa stare fuori, protendersi verso un tu, avere, pertanto,  un destino individuale: questo indubbiamente un primo senso che la parola “esistere” evoca alla nostra mente. Stare “fuori” – fuori dal coro, per così dire, avere una vita in cui l’elemento irripetibile, incomparabile, supera di gran lunga quello comune alla specie. «L’uomo è fuori dal coro dei viventi che perennemente ripetono il tipo di vita che hanno in sorte, sempre uguale per ciascuna specie e in ciascun ambiente. Noi abbiamo una facoltà di cui un aspetto importante, la libertà di scelta e decisione o libero arbitrio, è da sempre sotto la lente dei filosofi» (Roberta De Monticelli).

O uomo, non fosti creato per essere un inizio? Perché ci fosse il nuovo? Perché ci fosse storia? La capacità d’iniziativa, di fare cose nuove – e dunque di partecipare della capacità qualificante del Creatore – è costitutiva dell’uomo. Il nome Giovanni significa “Dio è misericordia”. Ma proprio per aver fatto cose nuove, come sviluppo del concetto di misericordia racchiuso nel suo nome, Giovanni ha ricevuto dalla storia un soprannome, “il Battista” (“colui che immerge”) che dice il suo ruolo, il suo destino individuale e caratterizzante.  Anche noi siamo chiamati a non restare prigionieri del nome che ci hanno dato i nostri genitori, che dice le loro speranze e le loro attese – anche noi siamo chiamati a guadagnarci un altro nome, che non sostituisce il primo ma lo completa, dicendo cosa abbiamo messo di nostro nella vita ricevuta in dono. Il dono infatti è un impegno. In latino, del resto, la parola che indica il dono e l’impegno, il servizio (“munus”) è la medesima. Abbiamo in mano un dono che è anche un impegno. La vita deve diventare una missione unica e irripetibile per ciascuno di noi. Prendiamo, dunque, in mano la nostra vita e facciamone (così esortava Giovanni Paolo II!) un capolavoro. 
(DON UMBERTO COCCONI)

sabato 23 giugno 2012

TAGLI ALLE PROVINCE: IN EMILIA E ROMAGNA, SALVE SOLO PARMA E BOLOGNA.









(Testo blu in italiano)
Solo due Province in Emilia Romagna, Parma e Bologna. Il Corriere della Sera pubblica questa mattina il piano del Governo per il ridimensionamento delle province e nella nostra regione resteranno attive solo le due più grandi, mentre le altre veranno cancellate. I criteri contenuti nel decreto del Ministro della Pubblica Amministrazione Filippo Patroni Griffi, sono infatti particolarmente stringenti. Le Province per “sopravvivere”  devono avere almeno due dei tre seguenti requisiti: una popolazione superiore ai 350.000 abitanti, una estensione maggiore ai 3 mila chilometri e più di 50 comuni.


(Testo giallo dialetto parmigiano)
TAJJ AL PROVINCI: IN EMLJA E ROMAGNA, SÄLVI  SOL PÄRMA E BOLÒGGNA.

Sol do Provinci in Emilja Romagna, Pärma e Bològgna. Al Corér ädla Sira l’à publichè sta matén’na al pjan dal Gväron  p’r arduzìr  il provinci e in-t-la nostra región  restrà  ativi sol il do pu grandi, invéci  ch’ ilj ätri i sràn  zgasädi . I critéri déntor al decrèt dal Minìsstor  ädla Publica Aministrasjón Filippo Patroni Griffi, j én infati particolarmént  strìcchi. Il Provinci  par “sopravìvor”  i gh' àn d’ avér alméno du di  trì di seguént recuizit:  ‘na popolasjón suparjora ai 350.000 abitant, n’ estensjón  óltra  ai 3 mìlla chilometri e pu äd  50 cmón.
(Tgnèmmos vìsst)

Enrico Maletti