"Al Condominni" poesia brillante in dialetto parmigiano di Bruno Pedraneschi,letta da Enrico Maletti

Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


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domenica 30 dicembre 2012

IlVangelo della domenica. Commento di don Umberto Cocconi.



Pubblicato da Don Umberto Cocconi
il giorno lunedi 30 dicembre 2012 alle ore 14,04
 

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nazareth e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini (Vangelo secondo Luca)
 
Al centro di questo brano di vangelo vi è una famiglia, la Famiglia di Nazareth, così diversa ma anche così simile alle nostre. Quando si diventa genitori, lo si rimane per sempre: è una qualifica, un segno permanente, una realtà dalla quale non si esce più. Ed è proprio questa condizione così importante e ricca di compiti, di responsabilità, di gioie, dolori e ansietà, a colmare la scena di questo racconto, che ci introduce profondamente nel mistero della “genitorialità”. Tutto ruota intorno a Gesù, il Figlio, colto in un momento decisivo del suo cammino umano e divino. Ha dodici anni, sta per compiere il passo decisivo per divenire adulto nella sua comunità: a tredici anni farà il suo bar mitzvà, cioè diventerà figlio dei precetti divini, responsabile davanti a
Dio e al popolo dell’Alleanza. E’ il passaggio dalla fanciullezza alla maturità della vita: a quest’età, un ebreo  inizia a comprendere quale sarà sua vocazione, la sua chiamata personale, il suo posto nel mondo. Comincia quella fase stupefacente in cui l’individuo deve decidere che cosa vuol fare della sua esistenza. In genere, le grandi scelte cominciano a delinearsi in questi anni così preziosi e difficili. Ma l’ingresso nell’adolescenza è anche il tempo in cui incominciamo a ridefinire il nostro modo di essere figli.  Ed è questo il momento in cui il genitore dovrebbe porsi la domanda: “Sono attento ai cambiamenti non solo fisici o scolastici, ma anche morali ed esistenziali, che si stanno verificando  nella vita di mio figlio?”.  Succede a volte che pur essendo loro vicini -  talvolta anche troppo - non si riesca a cogliere i loro turbamenti, i loro interrogativi, la loro ricerca.

E’ ciò che vedremo capitare anche nella vita di Maria e Giuseppe, che nonostante la loro condizione di genitori “speciali”, hanno vissuto l’ordinaria difficoltà di comprendere il figlio. Quelle parole «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» devono essere piombate, come un macigno nella loro vita familiare e personale, segnata fin dall’inizio dalla presenza del Dio dell’Impossibile. Gesù li riporta al nucleo essenziale e sconvolgente della loro esperienza. Assurdità o immersione nel Mistero trinitario? La vicenda si svolge a Gerusalemme, che per ogni ebreo è la Città santa, luogo rivelativo della gloria di Dio: luogo del tempio, della preghiera, della gioia e della festa. E allora potremmo chiederci: noi, come famiglia, siamo diretti a Gerusalemme, ossia verso una pienezza di vita, verso l’incontro con il Signore, oppure camminiamo verso Babilonia, la città del consumismo, del divertimento, del denaro a tutti i costi e del successo? «E forse ci sono famiglie che non vanno  né verso Gerusalemme, né verso  Babilonia, perché non sanno dove vanno, perché non hanno direzione, ecco la domanda: quale direzione abbiamo?» (C. M. Martini). Dopo essere stati a Gerusalemme, Maria e Giuseppe ritornano a casa, convinti che Gesù sia con loro, con il resto del clan familiare; invece, senza saperlo, si stanno distanziando da lui, fanno un viaggio nella direzione sbagliata. Dopo aver scoperto che il ragazzo non è con loro, si metteranno a cercarlo ansiosamente tra gli amici e i conoscenti.

Dev’essere stato umiliante andare di tenda in tenda, dall’uno all’altro, e dire: “Avete visto Gesù?”, sentendosi forse rispondere: “Ma come, non sapete dove si trova vostro figlio?”. Senza dubbio si è trattato di una ricerca sofferta perché Maria e Giuseppe cercano, ma non trovano. Quale angoscia, quali amarezze  per un genitore non trovare il proprio figlio! Quante lacrime sparse e quanti ipotesi drammatiche saranno balenate nella mente di Maria e  Giuseppe! Ecco allora la decisione: l’unica e la più motivata ossia tornare indietro alla ricerca di Lui. Lo cercano però alla luce delle loro convinzioni, delle loro ipotesi mentre se lo cercassero, secondo le prospettive del figlio, la ricerca sarebbe assai più breve e la direzione più sicura e giusta. E viene  proprio da pensare che a un certo punto, sia pure in modo oscuro, dev’essersi affacciata nel loro cuore questa domanda: “E’ un ragazzo dallo spirito sensibile, sembrava così attratto dal Tempio ... Non si sarà fermato lì?”. «Questo cercare quindi è il simbolo  di ogni nostra ricerca di senso della vita. E’ il simbolo di una ricerca in cui genitori e figli  si possono incontrare davvero» (C. M. Martini). Dopo tre giorni, il riferimento alla pasqua non è casuale, Maria e Giuseppe trovano Gesù seduto in mezzo ai maestri della legge, intento ad ascoltarli e a interrogarli.  Mentre i suoi corrono, affannati e angosciati, Gesù è tranquillo, seduto, sorprendente Maestro tra i maestri, tutto preso dal mistero del Padre. Colui del quale si dirà “non abbiamo mai sentito nessuno parlare così”, ora ascolta e interroga, con curiosità, con vivo desiderio di apprendere, come uno che ha grandi domande dentro di sé. Un genitore potrebbe chiedersi, a questo proposito, riguardo al proprio figlio:

“Come posso valorizzare le sue aperture di orizzonte, come posso leggere nel suo cuore i suoi sogni e i suoi desideri di autenticità?”. Al vederlo in questo contesto, in una situazione insolita e da loro imprevista, Maria e Giuseppe provano stupore per l’intelligenza e la maturità delle risposte di Gesù. Essere intelligenti significa penetrare il senso dei fatti, andare in fondo alle cose; non fermarsi alla superficie, non accontentarsi di risposte banali, ma esigere chiarezza. Forse i genitori di Gesù si sono chiesti: “Che cosa non abbiamo capito di lui?”. «Quindi c’è un misto di gioia, di rammarico e di sofferenza insieme, di stupore appunto: Come mai non abbiamo immaginato questo?» (C. M. Martini). La risposta che Gesù dà all’angoscia dei genitori non solo ci spiazza, ma ci sconcerta e ci fa riflettere: “Perché mi cercavate”, quasi fossi un oggetto smarrito? Viene un momento, nella vita, in cui è più difficile capire i figli: anche Maria e Giuseppe ne hanno fatto esperienza. Il figlio è talora più grande di quanto i genitori pensino perché è cresciuto,quindi appartiene alla vita, appartiene a Dio e non più a loro. Potremmo chiederci come un genitore possa aiutare suo figlio a crescere in età, grazia e sapienza.

Quali sono le esperienze,  gli “stage formativi” a cui lo si dovrebbe iscrivere, per giungere a questi traguardi? Qualche università prestigiosa, un soggiorno all’estero, la frequenza dell’Erasmus? Eppure Gesù è divenuto vero uomo rimanendo a Nazareth, un luogo che pareva dimenticato dalla storia ma è proprio là che è avvenuta la formazione del figlio di Dio. Per aiutare a crescere, non solo in età, ma soprattutto in grazia e sapienza, non occorrono dei genitori speciali, perché moderni, all’avanguardia o perfetti: prima di tutto, ci vogliono un papà e una mamma ricchi dell’esperienza dell’amore. In un suo recente articolo, Silvia Vegetti Finzi ha scritto che accantonare le punizioni e privilegiare elogi e abbracci è la via per far crescere bene un figlio. I genitori non dovrebbero concentrarsi sui comportamenti cattivi dei figli, dovrebbero piuttosto valorizzare quelli buoni. «Se cominciate ad elogiare i vostri figli, di conseguenza aumenterà la frequenza dei buoni comportamenti». I più piccoli soprattutto, sentendo riconfermato il legame con i genitori da un abbraccio o da manifestazioni fisiche di affetto, si sentirebbero accolti e incoraggiati;  il castigo, invece, li farebbe sentire respinti e non solo smetterebbero di fare i capricci e sarebbero portati ad acquisire una buona stima di sé.
(DON UMBERTO COCCONI)

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