Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


Con la qualità non si scherza. Parola di Enrico Maletti

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“Parmaindialetto” è nato il 31 luglio del 2004. Quest’anno compie 13 anni

“Parmaindialetto” l’é nasù al 31 lùjj dal 2004. St’an’ al compìssa 13 an’

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L’ UNICA SEDE DI “Parmaindialetto” SI TROVA A PARMA “PÄRMA”.







martedì 31 dicembre 2013

Il Vangelo del 1 gennaio 2014. Commento di don Umberto Cocconi.

 

 
Pubblicato da Don Umberto Cocconi  il giorno martedì 31 dicembre  2013 alle ore 16,13
I pastori andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo. (Vangelo secondo Luca).
 
C’era una volta l’usanza di “antropomorfizzare” i mesi dando ad essi un volto. Le rappresentazioni, dapprima meramente simboliche, erano divenute nel Medioevo sempre più didascaliche ed esemplari, chiare e facilmente intelligibili. Le più note, scolpite da Benedetto Antelami, si trovano proprio nella nostra città, all’interno del nostro Battistero. I mesi antelamici sono un vero e proprio calendario di pietra e hanno fattezze umane, compiono gesti legati al mondo rurale, tendono ad esaltare il lavoro dell’uomo. Se il tempo, scandito dal lavoro e dalla festa, appartiene a Dio, nel suo dispiegarsi terreno diventa però il tempo degli uomini, ovvero un tempo storico. Ci soffermiamo sulla simbologia del mese di Gennaio, durante il quale l'avvicendarsi degli anni, il vecchio e il nuovo, è rappresentato, recuperando la personificazione antica, da Giano bifronte. Giano (latino: Ianus) è il dio degli inizi, ed è una delle divinità più antiche e più importanti della religione romana. Di solito è raffigurato con due volti, poiché il dio può guardare il futuro e il passato. Il volto principale è incorniciato da ricci che escono da una cuffia stretta che avvolge il capo; pure “ricciuti” sono i baffi e la barba. La testa posteriore è simile a quella anteriore, ma più piccola; ed è ornata da un collo di pelo posto su un mantello chiuso in alto. Giano è seduto su una “savonarola”, ornata di teste leonine e sembra stia per scaldarsi davanti al fuoco. Anche noi dotiamoci di “una testa posteriore” prima di varcare la soglia del nuovo anno, per guardare l’anno che è appena passato e custodire – come Maria - tutte le cose che abbiamo vissuto, meditandole nel nostro cuore.
 
E forse scopriremo che davvero Dio è il “Dio con noi”, che non ci ha lasciati soli, ma ci ha donato la sua grazia, oltre ogni misura. Stiamo per varcare la soglia del 2014 e con la “testa anteriore” guardiamo verso il futuro ponendoci la domanda: "Signore, che cosa pensi di me?".  Spesso ci chiediamo cosa gli altri dicono di noi e ci teniamo, davvero tanto, che parlino bene, che ci ... benedicano! Siamo più preoccupati della considerazione degli esseri umani, che di quella di Dio!
Dio, in questo primo dell’anno, ci benedice, “dice bene di noi”; ancora una volta riconosce la nostra bellezza, anzi la fa di nuovo risplendere di una luce nuova. La prima esperienza, che ci sorprenderà in questo nuovo giorno, è che saremo avvolti dalla benedizione divina. Se Dio ha il coraggio di benedirci, vuol dire che è molto buono verso di noi. Se noi diamo credito a quella “vocetta” interiore che ci ripete che non valiamo niente, Dio quella “vocetta” non la sente o se la sente non le fa caso. Tu vali più di quanto pensi di te stesso! Il dono, che il Signore fa a ciascuno, all’inizio di questo anno, è l’affermazione: “Tu sei benedetto, tu sei un essere speciale e io avrò cura di te”. Tutti abbiamo bisogno di sentire che si dicano cose buone di noi, che ci rassicurino. Donare a qualcuno una benedizione è la più significativa delle manifestazioni d’affetto, che gli possiamo offrire. E’ più che una parola di lode o di apprezzamento, è più che evidenziare i talenti o le buone azioni di qualcuno, è più che porre qualcuno in luce. Dare una benedizione è confermare, dire "sì" al fatto che una persona è Amata, è così in un certo senso ricrearla. «Diventare gli Amati: ecco il viaggio spirituale che dobbiamo compiere.
 
Per vivere una vita spirituale dobbiamo rivendicare, per noi stessi, che siamo “presi” o “scelti”. Da tutta l’eternità, prima ancora che tu nascessi e diventassi parte della storia, tu esistevi nel cuore del Padre» (H.J.M. Nouwen). Al cospetto di Dio tu sei prezioso e di grande valore. Ci rendiamo sempre più conto di quanto noi, paurosi, ansiosi, insicuri esseri umani, abbiamo bisogno di una benedizione. Abbiamo l’esigenza di rassicurarci a vicenda e, sentirsi benedetti, equivale al sentirsi profondamente amati. Con il nostro “ora et labora” possiamo diventare una benedizione per gli altri e, mediante il dialogo o lo sguardo amorevole, possiamo far rinascere la vita nel cuore di tanti. Dio promette ad Abramo: «Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione». Abramo diviene così una persona speciale, perché viene scelto da Dio, per essere Padre di tutti i popoli. La benedizione è, quindi, sempre collegata all’elezione perché quando una persona è benedetta, sa di essere stata “eletta”, chiamata da Dio. La Bibbia associa spesso la benedizione di Dio a un nuovo nome. Anche ad Abramo viene dato un nome nuovo: «non ti chiamerai più Abram, ma Abramo, perché tu sarai padre di molti popoli». La benedizione pone il soggetto in una nuova condizione: non si sentirà più segnato dalla maledizione, perché  Dio è capace di fare nuova la sua vita, donandogli un nome nuovo, così egli è nuovamente ricreato. Per questo, in quanto benedetti da Dio, possiamo divenire a nostra volta, sorgenti di benedizione, e ciò conferirà alla nostra esistenza la possibilità di un nuovo sapore da dare alla vita degli altri. Talvolta diciamo a proposito di una persona che essa è una benedizione per la comunità, per l’azienda, per il paese, e anche dei bambini si dice che sono una benedizione per la famiglia. Ogni comunità ha bisogno di persone che siano testimoni della benedizione di Dio; alla lunga senza persone benedette una comunità non può sussistere. Ricordati: Tu oggi sei divenuto benedizione per chi incontrerai e quest’anno potrai rivelare a tutti il tuo vero nome.
(DON UMBERTO COCCONI)
 
 

GLI AUGURI DI UN BUON 2014 IN DIALETTO PARMIGIANO E IN ITALIANO DI "Parmaindialetto"


 
(Testo giallo dialetto parmigiano)

Sé st’an’ a v’ò fat rabìr v’é dmànd scuza… a v’ promètt che st’an’ ch’vén a srà sicuramént pés.
Bón an’ a tutt i Pramzàn anca a còjj strajè p’r al mond.


 
(Testo blu in italiano)

Se quest’anno vi ho fatto arrabbiare vi chiedo scusa… vi prometto che l’anno prossimo sarà sicuramente peggio. Buon anno a tutti i parmigiani anche a quelli sparsi per il mondo.
 

Tgnèmmos vìsst
 
 

lunedì 30 dicembre 2013

SANT ILARIO ALLA CORALE VERDI PER LA PRIMA TOMBOLA IN DIALETTO PARMIGIANO ORGANIZZATA DAL ROTARY CLUB FARNESE. IL RICAVATO PER L'ACQUISTO DI UN DEFIBRILLATORE DA DONARE ALLA POLIZIA STRADALE


“Aperitombola in djalètt Pramzàn”
(CLICCA SULLE LOCANDINE PER INGRANDIRLE)
 
 

IL 13 GENNAIO 2014, ORE 19,30 ALLA CORALE VERDI, IL ROTARY CLUB PARMA FARNESE ORGANIZZA "L'APERITOMBOLA DI SANT ILARIO" L'ESTRAZIONE DEI NUMERI VERRA' FATTA IN DIALETTO PARMIGIANO. IL RICAVATO SARA' DEVOLUTO PER L'ACQUISTO DI UN DEFIBRILLATORE DA DONARE ALLA POLIZIA STRADALE.

 
Tgnèmmos vìsst
 
 

domenica 29 dicembre 2013

Alla Parrocchia del Buon Pastore, festa per il 20° anniversario di fondazione della sezione A.N.S.P.I. ASSOCIAZIONE NAZIONALE SAN PAOLO ITALIA.


(FOTO DI ENRICO MALETTI)
(CLICCA SULLE FOTO PER INGRANDIRLE)
 
 
 (Testo blu in italiano)
Alla Parrocchia del Buon Pastore, festa per il 20° anniversario di fondazione della sezione A.N.S.P.I. Associazione Nazionale San Paolo Italia che si occupa degli Oratori. Nella parrocchia del Buon Pastore la sezione A.N.S.P.I. è una delle più attive della provincia di Parma.
 
In sinergia dal 2007 con la parrocchia confinante di Sant Evasio, la sezione del Buon Pastore raggruppa circa 650 tesserati.  Il parroco don Nando Bonati ha celebrato la Santa Messa in una chiesa colma di parrocchiani. Alla fine della cerimonia sono stati premiati alcuni soci, tra i quali il più anziano che nel 1993 anno della fondazione aveva 80 anni, perciò oggi centenario e il più giovane Riccardo Salvadori studente della scuola Ferrari che ha disegnato il nuovo logo dell’A.N.S.P.I. Crocetta pubblicato sul lunario del A.N.S.P.I. Crocetta 2014.


(Testo giallo dialetto parmigiano)
Ala Paròchia dal Bón Pastor, fésta p’r  al 20° aniversäri  äd fondasjón ädla sesjón A.N.S.P.I. Asociasjón  Nasjonäl San Paolo Italia ch’ la s’ intarésa  ädj Oratori. In-t-la parochia dal Bón Pastor  la sesjón A.N.S.P.I. l’é vùnna  dill pù ativi  ädla provincia äd Pärma.
Insèmma dal 2007 con la parochia confinànta  äd Sant Evàzi, la sesjón  dal Bón Pastor  la gh’à  cuäzi 650 teserè.  Al paroch don Nando Bonati l’à celebrè la Santa Mèssa in-t-na céza  pjénna äd parochjàn. Ala fén ädla cerimònja è stè premjè  socuànt sòsi, tra i cuäj  al pù ansjàn  che in-t-al 1993 an’ ädla fondasjón al gh’ äva 80 ani, perciò incó centenäri e al pù giòvvon Riccardo Salvadori studént  ädla scóla Ferrari ch’ l’à disgnè al nóv logo äd l’A.N.S.P.I. Crozètta publichè sul lunärio äd l’ A.N.S.P.I. Crozètta 2014.
(Tgnèmmos vìsst)
En. Ma.
(Nelle foto: Il logo A.N.S.P.I. Crocetta, il lunario 2014 e alcuni momenti della cerimonia.)

 

Le Vetrine Crociate del Centenario. Inizia oggi il fantastico tour tra le vetrine Crociate che l'associazione I Nostri Borghi e il Parma F.C. hanno scelto per il centenario della squadra crociata.

 

Inizia oggi il fantastico tour tra le vetrine Crociate che l'associazione I Nostri Borghi e il Parma F.C. hanno scelto per il centenario della squadra crociata. La vetrina della SS. Annunziata di Francesco Barbieri, curata dalla Cooperativa Cabiria , ospita un mega poster di Amauri che, supportato alle spalle da un altro bunner crociato, dona un interessante senso di tridimensionalità. Campeggia poi sotto una grande immagine fotografica in pannello dell’ex del bomber crociato Barbuti, che si arrampica esultando sulla rete dell’allora curva dei Boys. Immancabile il riferimento al centenario con la maglia degli anni venti a coronare la splendida scenografia. L’istituto comprensivo B.Pelacani di Noceto, capitanata dalla professoressa Antonella Rivara, ha adornato le quattro vetrate del Ristorante il Pianetino, prospicienti su via xx settembre, con quadretti coloratissimi a formare una scacchiera dove immagini rispecchianti il Natale , intrise di simboli crociati , si fondono splendidamente tra loro. Curiosi un cuore crociato e i 100 anni del Parma che formano gli occhiali di una renna, sunto dei bellissimi dettagli di queste caleidoscopiche composizioni.“ La Casa della Giovane “ ha allestito con grande signorilità e gusto la doppia vetrina del negozio di Setti abbigliamento di via Verdi 23/a, dove i messaggi di fratellanza e cosmopolitismo si esprimono con immagini natalizie , rigorosamente attinenti però il tema crociato della squadra di Parma. Lo scudetto con il simbolo del centenario si lega magnificamente, con i cento anni della associazione. Tre giovani ragazze, dai colori diversi della pelle, indossano tre magliette crociate, ad identificare i valori di uguaglianza e di fraternità. Grande composizione da parte della cooperativa la Bùla. Tutto rigorosamente in legno dal “Mangiapalloni “ manufatto in campeggia sulla vetrina della Banca del Monte di via Cavour con l'immagine del centenario, dai portachiavi che fanno da orpello decorativo alla composizione alla riproduzione immagini di giocatori crociati famosi. Si conclude questa prima parte del magico viaggio attraverso le vetrine crociate con la panetteria la “Cardenza” di via Garibaldi 46 dove i piccini dell'asilo il Mago Merlino hanno creato stupende composizioni con piatti crociati , innoli natalizi e disegni dove spicca un piccolo l'albero della vita scolpito a mano e la maglia crociata di Marchionni ad amplificare il tutto in un insieme di colori che ammagliano.


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sabato 28 dicembre 2013

Il Vangelo della domenica: "La Santa famiglia e quel bimbo al sicuro in braccio alla mamma". Commento di don Umberto Cocconi.

 


Pubblicato da Don Umberto Cocconi  il giorno sabato 28 dicembre  2013 alle ore 15,29

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall'Egitto ho chiamato mio figlio». Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va' nella terra d'Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d'Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno». (Vangelo secondo Matteo)
 
E’ un dipinto del Caravaggio che ci introduce nel mistero della fuga in Egitto della sacra famiglia, quello intitolato “Riposo durante la fuga in Egitto”. Quest’opera è del 1596 ed è conservata attualmente presso la Galleria Doria Pamphili a Roma. Caravaggio aveva 25 anni quando dipinse questo capolavoro. L’osservatore, guardando il quadro è colpito immediatamente da un’atmosfera di pace e di serenità; le figure sono circondate da un paesaggio autunnale, al riparo di una quercia, nella luce diffusa, ma tenue della sera, in cui sembra che il tempo si sia fermato, tanta la natura si è fatta silenziosa. Da un lato un bambino dorme in braccio alla sua mamma, cullato dalla ninna-nanna suonata da un angelo: dall’altra parte della scena, un uomo ed un asino ascoltano come rapiti questa musica. E’ proprio la figura dell'angelo musicante che divide la scena in due parti: a destra la vita contemplativa con il sonno della Madonna e di Gesù bambino, a sinistra la vita attiva con san Giuseppe. La prima ha alle spalle una vegetazione fiorente e rigogliosa perché abitata dal divino, in cui riposano la Vergine e il Figlio; mentre la seconda, che ospita la santa, ma mortale figura di Giuseppe, col volto segnato dalle rughe, è contrassegnata da un suolo sassoso e dalle foglie secche di un albero, mentre il cielo, dietro di lui, appare buio. Ma ciò che rende “divina” e unica la scena è l’angelo violinista; la sua figura, con un ciuffo ribelle, nonostante sia casta è solo parzialmente coperta da un drappo bianco luminosissimo. Anche le note sullo spartito musicale non sono tracciate in modo casuale, ma seguono una vera partitura: si tratta di un mottetto scritto dal compositore fiammingo Noël Bauldewijn, ispirato ad alcuni versetti del Cantico dei Cantici.
 
Il testo recita così: «Io dormo, ma il mio cuore veglia», chiaro riferimento al sonno della Madonna e inizia proprio con le parole "Quam pulchra es", in italiano, “Come sei bella”. Nella scena colpisce la grande figura di Giuseppe, raffigurato come un vecchio contadino, con lo sguardo come rapito e incantato e pare assorto nei suoi pensieri. I suoi piedi nudi sono posati l’uno sull’altro e in questa sua posa un po’ goffa ha rinunciato a dormire per vegliare e sorreggere lo spartito musicale, così da permettere all’angelo di suonare e favorire il sonno ristoratore della sua sposa. Giuseppe è proprio il custode, che “non prende sonno ma vigila”, sui suoi tesori, anche se non è un eroe, ma solamente un compagno di viaggio fedele. All’uomo mortale e corruttibile l’angelo incorruttibile comunica, tramite la musica, la promessa della vita eterna. La musica dell’angelo non porta soltanto consolazione, ma una precognizione precisa del futuro, cioè della prossima morte e del passaggio alla perenne beatitudine. Sullo sfondo della scena si intravvede il muso di un asino, che con il suo grande occhio sembra seguire incantato i movimenti armoniosi della mano dell’angelo, mentre fa danzare il suo archetto sulle corde del violino. Dal volto di questo bambino traspare certamente la stanchezza, ma soprattutto la serena fiducia di poter riposare «tranquillo e sereno in braccio a sua madre» (salmo 131). Maria è dipinta come una vera mamma che stringe a sé il proprio bambino e lo coccola. «Ogni mamma  che coccola così il suo piccolo addormentato, sembra dire Caravaggio, è santa come la Madonna, nella toccante umanità del suo amore» (I geni dell’Arte, Caravaggio).
 
La Madonna indossa una veste rossa, con sottoveste bianca e manto blu, ma il blu del manto vira verso il verde, approdando ad un “blu oceano” vicinissimo al “verde bluastro” delle piantine a terra, come a creare una sorta d’ideale continuità fra la Madonna e il terreno. Il bianco dei polsini di Maria trova immediata rispondenza nel bianco del pannolino che copre il bambino. La donna, ormai stanca del viaggio, reclina il capo sopra il figlio e mostra una meravigliosa e folta chioma tendente al rosso, evidenziando chiaramente l’allusione al versetto del Cantico. Il mottetto apre, per la precisione, così: «Le chiome del tuo capo sono come la porpora del re», e ciò rimanda ancora una volta al sangue salvifico versato dal Cristo, da cui la Chiesa ha tratto alimento e garanzia di redenzione. Lo Sposo non andrà identificato con Giuseppe, giacché il “vero” Sposo del Cantico dei Cantici è il Salvatore, è il bambino Gesù. Al suo “Sposo” la Vergine, noto simbolo della Chiesa, è abbracciata, sfinita anche dal grande amore che ha per lui, e per questo motivo è caduta in un sonno profondo, ma sereno. Un ultimo dettaglio: al fianco di Giuseppe vi è un sacco e un grosso fiasco. Questi due elementi sono solo apparentemente decorativi - perché in realtà rappresentano - , per la forte valenza simbolica, l’eucarestia. Nel sacco infatti sta la farina per fare il pane, nel fiasco che contiene il vino, il tappo è fatto addirittura con un foglio dello spartito musicale, sapientemente arrotolato.
(DON UMBERTO COCCONI)

 
 
 
 
 
 
 
 

 

PUBBLICAZIONE N° 31: "PROVERBI METEOROLOGIA AGRICOLTURA" IN DIALETTO E ITALIANO: Parmaindialetto pubblica giornalmente 3 proverbi in dialetto e in italiano



Pubblicazione n° 31

Meterrologia e lavor di camp

Meteorologia e agricoltura


Cuand al sól al va in gabjóla, dént’r ala stmana a pióva.

Quando il sole va in gabbiola (gabjón o gabjóli sono le nuvole temporalesche)  entro la settimana piove.

Bón marchè e pjóvor pjan, i  cojón’non al vilàn.
Buon mercato e piovere piano, minchionano il villano.

 
In-t-al fitt, a né gh’ timpésta.
Sull’affitto  (sulle terre date in affitto) non grandina.


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giovedì 26 dicembre 2013

Il 33 giri dei "CORVI" uscito in autunno del 1966 edizione Ariston. Lo tengo in cassaforte.


 

Ero un fans dei CORVI a tal punto che quando usciva un 45 giri del complesso parmigiano ne comperavo 2. Al compimento dei 18 anni ho conseguito la patente di guida, mio fratello mi prestava la sua Renault 4 blu, dove dietro avevo messo l'adesivo di un CORVO. Mi ero fatto fare una cravatta con ricamato un CORVO. Peccato non avere fotografie di quel periodo per poter testimoniare quei ricordi. Nel 1969, quando il gruppo si sciolse, avevo provato un grosso dispiacere. Poi alcuni anni dopo la band si rimise insieme altre due volte, ma per me il mitico complesso dei CORVI era formato da Gimmj Ferrari, (al Basso) Angelo Ravasini, (Chitarra solista e cantante), Fabrizio Levati "Billo e Figaro"  (Chitarra ritmica) e Claudio Benassi "Tritolo" (alla batteria)


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E' morto ANGELO RAVASINI il "Ragazzo di strada" dei CORVI complesso beat parmigiano degli anni 60

 

Dopo un malattia che non gli ha lasciato scampo è morto Angelo Ravasini voce solista del complesso parmigiano I CORVI saliti alla ribalda nel 1966 con la canzone "Un Ragazzo di strada". Angelo Ravasini, Gimmj Ferrari, Fabrizio Levati e Claudio Benassi, quattro "schietti" cognomi parmigiani. I 4 ragazzi parmigiani, Gimmy 25 anni il più vecchio e Fabrizio 18 anni il più giovane, si formarono a Parma nel 1965, ai primi del 1966 parteciparono al 1° Torneo Nazionale Rapallo Davoli, dove superando tutte le selezioni  si classificarono al secondo posto. Con la scomparsa di Angelo, del gruppo e' rimasto solo il batterista Claudio Benassi che chiamavano "Tritolo". Il primo "CORVO" ad andarsene è stato il più giovane Fabrizio Levati "Billo" scomparso il 18 aprile del 2000 all'età di 53 anni, Gimmj era morto il 31 dicembre del 2006. Ravasini aveva 71 anni.

Ciao Angelo… a t’ si stè fòrt bombén…

un vér pramzàn dal sas.

 

 
I successi del complesso parmigiano dei CORVI dal 1966 al 1969.


1966      Un Ragazzo di strada/Datemi una lacrima per piangere (Ariston)
1966      Bang Bang/ Che notte ragazzi (Ariston)
1967      Sospesa a un filo/Luce (Ariston)
1967      Quando quell’uomo ritornerà/Si prega sempre quando è tardi (Ariston
1967      Che strano effetto/C’è un uomo che piange (Ariston)
1967      Bambolina/Nemmeno una lacrima  (Bluebell)
1968      Datemi un biglietto d’aereo/Questo è giusto (Bluebell)
1969      Ama/No bugie (Rame)  

(Nelle foto: Angelo Ravasini e le copertine del 33 giri e di Bang Bang dei CORVI usciti negli anni 60) 

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"Il Pagéli di Crozè in djalètt Pramzàn". Sampdoria Pärma 1-1 Testo pubblicato sulla Gazzetta di Parma del 24 dicembre 2013



 

(Testo in dialetto parmigiano)

Sampdoria Pärma 1-1 
Mirànt òt : gol imparàbil, gran paräda in-t-al finäl a salväros dala torlìda e dulcis in fundo ‘na tozäda se Dio vól da cristjàn ! A vèddor il gàti äd Marchetti, par mi s’al né va mìga ai Mondjäl vól dir ch’ a gh’é sòtta cuél
 
Casàni séz : gran partìda dardè, davanti però a gh’ vräva pù spinta, parchè l’ùnnica par provär a fär sgnär Amauri l’é andär sul fond e butär dil bali in méza a manètta
 
Lucaréli déz : ormäj a j’ ò fnì i complimént, j’agetìv, il paròli ! Capitàn strepitóz, al merita la Nasjonäla, almeno la sodisfasjón äd ‘na ciamäda parchè col ragas chi l’é vón di zugadór stimè tròp pòch äd j’ultom vint’an’ ! Sandro in Nasjonäla, punto e basta !
 
Felipe sìncov : purtrop tato, nóv volti su déz cuand a ciapèmma gol té gh’ si in méza; anca jerdlà vót par la sfiga vót parchè a t’ s’ér indrè invéci che äd fianch a s’é ciapè gol
 
Gobbi séz : stésa fola che par Casàni, col mocio in méza a sarvìva al coràg’ d’andär zò sul fond e crosär äd pù, a tutt il manéri Massimo l’é todèssch  mìga italjàn, parchè al né s’ rompa mäj
 
Biabiany òt : va bén che Marotta al ne léza mìga ch’ il pagèli chi, mo né s’ sa mäj, a gh’ dämma un bél vót acsì’ magàra a gh’ vén vója äd portärol a Turén dabón, ch’ a ’n sarìss gnanca ‘na brùtta idea, avtosträda e nàfta a pägh mi, m’arcmand
 
Acquah nóv : l’é ancòrra zgrèz un bél po’, però a m’ ripét, al fa pù lèggna che un bindél, e partìda dopa partìda l’é ‘drè miliorär un bél po’ coi pè e anca taticamént l’é ‘drè fär di pas da gigant, e po’ al gh’ à ‘na ghìggna che andärgh atàca a gh’ vól un mat
 
Marchionni òt : di Marchino cò dróvot al Polase, al Multicentrum o al Supradyn ? no par via ch’ a t’ vè ch’ a t’ pär Pluto ultmamént, a t’ vè al dòppi che l’an’ pasè
 
Paról sètt : purtrop la n’é mìga volsùda enträr ch’ la bala lì, però col ragas chi partìda dopa partìda l’é ‘drè  muciär ‘na cualitè e ‘na parsonalitè da gran zugadór ! A spér che almeno al pòsa restär fin ala fén äd l’an’, anca parchè second mi al Mondjäl l’é pù facil rivärogh da Pärma ch’ al sa ch’ l’é titolär fìss e al conòssa ambjént e scuädra
 
Sansón séz : sémpor convint ch’al gh’à da ésor titolär fìss, al fa  pù ovra da lu che tutt j’ätr’ atacant in sìnch partidi, però adésa al dovrìss anca artornär pù lùccid davanti al portér parchè a sarvìssa di gol dato che davanti a ‘n sìggna nisón
 
Amauri sìncov : oh Mocio, un méz tir in darsètt partìdi l’é trop, trop poch, fa un gir in Brazìl, vèdda ti, sérca un carga batarjj parchè acsì l’é grìza bombén, par ti e par la scuädra ch’ a gh’ sarvìssa di gol
 
Donadón òt : un cuälch difét a gh’ l’à anca lù l’é véra, mo da “dimensione Pärma” second mi avérgh un Mìsster acsì a gh’é da stär contént e basta; elóra partìmma da lù con j’avgùrri, par po’ pasär ai zugadór, a tutt còjj ädla Socetè e dulcis in fundo ai tifóz, parchè arcordämmos sémpor che IL PARMA SIAMO NOI e a tutt còjj ch’ a léza la Gazètta ! Bón Nadäl e bón’ni fésti a tutt e a s’ bechèmma st’ an’ ch’ vén ! AVANTI CROCIATI!!!
(Tgnèmmos vìsst)
(Testo di Crociato 63)
(Correzione ortografica a cura di Enrico Maletti)
 
 

martedì 24 dicembre 2013

Il Vangelo di Natale Così "Luca racconta la nascita di Gesù". Commento di don Umberto Cocconi.



Pubblicato da Don Umberto Cocconi  il giorno sabato 21 dicembre  2013 alle ore 16,53

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto.  Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo. C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l'angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» . E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama». (Vangelo secondo Luca)
 
L’evangelista Luca è uno storico e, come tutti gli storici, è attento non solo alle coordinate spazio-temporali, entro cui si svolgono gli eventi, ma porta il lettore a cogliere il valore e il significato profondo degli eventi. La sua non è una semplice cronaca dei fatti, pur essendo tutti precisi e documentati. Basti pensare alla cornice, entro cui colloca la nascita di Gesù: il censimento indetto dall’imperatore Cesare Augusto, al tempo del governatore della Siria, Quirinio. Inoltre egli ci aiuta ad andare in profondità, a “comprendere” che, proprio dentro questa storia, a prima vista governata dai grandi, che sembrano, con il loro potere,  essere gli artefici della sorte degli uomini accade, in realtà alla periferia del mondo, un fatto, destinato a cambiare tutta la storia dell’umanità: la nascita di Gesù. Come i discepoli anche noi “siamo incapaci di riconoscere” e di leggere gli eventi, perché, i nostri occhi,  come se fossero chiusi non sanno cogliere la verità dei fatti. A questo riguardo Marc Bloch scrive che un atteggiamento guida  la nostra ricerca: il desiderio di “comprendere”. Ma «non comprendiamo mai abbastanza, perché giudichiamo troppo spesso e troppo presto. Colui che differisce da noi – straniero, avversario politico – passa, quasi necessariamente per un malvagio. La storia, purchè rinunci alle sue false arie da arcangelo, deve aiutarci a guarire da questo difetto. E’ una vasta esperienza delle varietà umane, un luogo di incontro degli uomini». Lo ricerca storica, dunque,  rende il soggetto, capace di approfondire i suoi ragionamenti, verso un più elevato ordine di complessità, rendendolo in grado di formulare giudizi e valutazioni sempre più fondanti e logicamente più coerenti. 
 
Ciò che sta a cuore all’evangelista Luca è affermare che “il centro del tempo” è  Gesù Cristo e il cristianesimo, prima di essere un insieme di dottrine o una serie di regole per ottenere la salvezza, è l’”avvenimento” di un incontro del tutto reale, non immaginario. La sorpresa è che questo “incontro” avviene di nuovo e sempre nella storia di ogni uomo e di ogni donna, proprio perché il cristianesimo si identifica con un fatto e non con un’ideologia: la nascita di Cristo. Nella Novo millennio ineunte Giovanni Paolo II afferma: «Non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi!». Come è possibile che qualcosa di particolare, un “frammento”, possa avere una rilevanza universale? Come può la vicenda particolare di Gesù di Nazaret avere valore per ciascun uomo di ogni luogo e di ogni tempo? Se Dio si è fatto uomo in Gesù di Nazaret allora egli è la rivelazione definitiva di Dio. Non è il solito profeta che parla in nome di Dio, ma è Dio che, attraverso di Lui, parla. È Dio stesso che parla personalmente all'umanità, la conduce alla comunione con sé e perciò la salva. Qui c'è lo scandalo del trascendente che diviene immanente e addirittura si fa mortale, come ogni uomo. Non un uomo che si fa Dio, e la storia è piena di tali personaggi, ma un Dio che si fa uomo: questo è il vero scandalo! Colui che cambierà poi la storia e il cuore degli uomini, non abitava “tra i potenti”, non indossava morbide e lussuose vesti, ma al momento della sua manifestazione al mondo era deposto in una “mangiatoia”, la sua culla. Per la sua famiglia non c’era posto nell’albergo, come c’è scritto nel prologo di Giovanni:  «venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto».
 
C’è un forte contrasto tra quello che realmente succede e i protagonisti della vicenda: questo bambino non era stato chiamato “figlio dell’altissimo”? Eppure per lui, nonostante che “tutto sia stato fatto per mezzo di lui” non c’era neppure un luogo “dove posare il capo”. Penso allo shock, allo spaesamento  di Maria e di Giuseppe, ai dubbi e alle domande perché non avrebbero mai immaginato che quel bambino nato a Betlemme, preannunciato da un angelo come “santo e figlio dell’Altissimo”, fosse deposto proprio nella mangiatoia di una stalla. Sicuramente quello è stato un gesto affettuoso e protettivo da parte di Maria in quel momento così particolare: mettere Gesù, così piccolo, al sicuro, nel luogo dove gli animali vanno quotidianamente a nutrirsi, una specie di culla fatta di assi intrecciate, riscaldata dal calore del bue e dell’asino. «La mangiatoia è il luogo in cui gli animali trovano il loro nutrimento. Ora, però, giace nella mangiatoia Colui che ha indicato se stesso come il vero pane disceso dal cielo, come il vero nutrimento di cui l’uomo ha bisogno per il suo essere persona umana. È il nutrimento che dona all’uomo la vita vera, quella eterna» (Benedetto XVI). Siamo a Betlemme, il cui nome significa città del pane, come se questa nascita si prefigurasse in anticipo il dono del pane di vita, che avrebbe dato Gesù, per la salvezza del mondo. Non c’è bisogno di aspettare la lavanda dei piedi, quel gesto umile, con cui Dio stesso si pose al servizio degli uomini, perché fin da subito, da quando Maria «lo depose in una mangiatoia», il Dio bambino è stato il Dio per noi.
 
Diversi Padri della Chiesa vedono nella “mangiatoia” (e non solo loro) il luogo del peccato, poiché come l’animale ritorna alla greppia, così l’uomo torna al proprio peccato. Dopo il peccato, infatti, l’uomo si è rivestito della pelle dell’animale, perché, a causa di questo, è dominato dalla paura della morte e percepisce, di conseguenza, la sua corporeità in modo animalesco. Una volta staccato dalla “Fonte della vita”, si deve aggrappare a qualcosa che gli dia un po’ di gratificazione, un po’ di piacere, per non sentire il nulla che lo avvolge. Allora Dio, volendo ritrovare il peccatore, va a cercarlo proprio lì, sapendo che a quell’appuntamento non potrà sottrarsi. Molti secoli dopo, in pieno Medioevo, c’è un’altra mangiatoia, su cui puntare l’attenzione: quella sulla quale Francesco d’Assisi, a Greccio, nel lontano 1223,  volle fosse celebrata l’eucaristia nella notte di Natale. Allora nessun neonato interpretò Gesù bambino, come nessuno recitò la parte di Maria e Giuseppe, perché gli elementi della scena erano ridotti all’essenziale: una mangiatoia  - e qui la novità! – che fece da altare, vicino ad un asino e un bue. Il santo di Assisi volle rappresentare in un’unica e inscindibile immagine l’incarnazione, quel farsi piccolo, umile e povero di Dio,  con l’eucaristia, che è il mettersi di Dio nelle nostre mani, a nostra disposizione: «Lui che era ricco sopra ogni altra cosa, volle scegliere la povertà». 
(DON UMBERTO COCCONI)