Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


Con la qualità non si scherza. Parola di Enrico Maletti

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Tgnèmmos vìsst
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“Parmaindialetto” è nato il 31 luglio del 2004. Quest’anno compie 13 anni

“Parmaindialetto” l’é nasù al 31 lùjj dal 2004. St’an’ al compìssa 13 an’

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martedì 30 aprile 2013

"Il Pagéli di Crozè in djalètt Pramzàn". Pärma - Lasjo 0-0 Testo pubblicato sulla Gazzetta di Parma del 30 aprile 2013.

(Testo in dialetto parmigiano)
Pärma Lasjo 0-0
 
Mirànt séz : pòch da fär, un pär d’usìdi e pòch äd pu, insòmma da badaciär cme i spetatòr, fàt ‘na tozäda originäla,  domenica ch’ vén almeno a gh’é da comentär còlla lì
 
Benalouane séz : Mastro Lindo par l’impìggn njént da dir, però a pär che al camp par tì al sia lóngh otanta mèttor, parchè a t’ cross sémpor dala tri cuärt e al pu dil volti j’én roba còmda p’r al portér ! Fat prestär trénta mèttor da Biabiany che lu invéci con la bàla al tira drìtt e al fnìssa in curva
 
Palètta sètt : e insòmma Paletón gìrrla e mèzzdla l’é n’ätra roba, prìmma ch’ i gh’ vàgon via i gh’ àn da fär mìga da rìddor
 
 
 
Lucaréli sètt : gran partìda anca p’r al so zmél, socuant recùppor e diagonäli da zbarlecäros i barbìz,
 
Mesbah sìncov : a s’ capìssa parchè Gobbi al zuga anca con la bombola äd l’osigeno sòtta la majètta, sinceramént a né s’ capìssa mìga né còll s’ sia né cóll s’faga !
 
Valdes sìncov : eh insòmma parlämmos ciär, par zugär in seria A Calimero a l gh’ à da radopiär la velocitè, sia dil gambi che dal sarvél, in-t-al séns che pensär al pénsa anca giùsst mo al  gh’ é  mètta al trìpplo dal témp e il pu  dil volti i gh’ àn béle tòt su la bala
 
Marchionni sìncov : anca ti Marchino la gamba ormäi la tira al pè, e cuand l’é acsì anca in-t-la tésta a gh’ vén un gran nebión e stà bén ch’ t’ò vìsst !
 
 
 
Paról sìncov : anca Paról l’é stè contagè dal mäl ädla movióla, second mi da cuand a sèmma in seria A a n’ m’arcòrd mìga un centorcamp pu lént che còsste chi, dabón a pär al ralenty cme a s’ fäva da chi indrè
 
 

Biabiany cuàtor : e insòmma in TV jerdlà j’àn fat vèddor ch’ l’ à zughè pu o meno trimìlla minùd e fat un gol e basta ! ‘Na gran médja par n’atacant,  e st’an’ gnanca di gran assist, mi a ’n so mìga pu có dir, certo ch’ l’é pròprja obligatòri ch’ al zuga sémpor ?
 
Belfodil sìncov : anca col ragas chi al girón d’andäda al saltäva i fòs p’r al lóngh e adésa a ’n n’in bècca pu vùnna gnanca a morir, chisà che virus a gh’é in gir dal pärti äd Colècc’
 
Amaurì séz : solit dìssch ròt, fùss par lu al spacarìss al mond, mo a gh’ tòcca tgnìr su baraca e buratén da lu e ‘na volta ch’ a riva ‘na bala bón’na ogni mort äd Päpa l’é stuff e magara al la zbalja, a tutt il manéri davanti l’é al pu bón sénsa tant se e sénsa tant ma
 
Donadón sìncov : Mìsster a pärta al girón äd ritoron dizastróz, l’é cuàtor fésti ch’ a ‘n s’ bùtta mìga déntor la bala ! Mo có è sucés a ‘n sé gh’ la cäva mìga a capìrol, anca parchè a ’n sèmma mìga tant sälov dato che adés j’én a òt pónt e l’ultma l’é al Palèrom
AVANTI CROCIATI
(Tgnèmmos vìsst)
(Testo di Crociato 63)
(Correzione ortografica a cura di Enrico Maletti)
 
 

domenica 28 aprile 2013

Il Vangelo della domenica. Gesù e l'amore che vince il tradimento. Commento di don Umberto Cocconi.



 


Pubblicato da Don Umberto Cocconi   il giorno domenica 28 aprile
2013 alle ore  17,20

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (dal vangelo secondo Giovanni).

Non è l’amore la molla della nostra vita? Se c’è un’esperienza che ci affascina è proprio quella, ma quanta sofferenza si cela in essa! Se c’è una cosa, di cui noi tutti ci sentiamo esperti, è proprio l’amore. Eppure quando ne parliamo finiamo, non dico nel panico, ma nella confusione che rasenta il caos. Gesù ha il coraggio o la presunzione, secondo alcuni, di donarci un nuovo modo di comprendere e di vivere l’amore. Chiediamoci innanzitutto: che cosa vuol dire amare? E’ provare un forte sentimento, un’attrazione verso l’altro? E’ qualcosa in cui ci imbattiamo? E’ questione di fortuna? Oppure è una scelta, una promessa, un impegno? Erich Fromm, a questo riguardo, afferma che l’amore è un’arte e, come tutte le arti, richiede sforzo e saggezza. Forse il problema sta proprio qui: dovremmo convincerci che l'amore è davvero un'arte, come lo è la vita. Ciascuno di noi è chiamato a imparare l’arte dell’amare e Gesù ci persuade di questo. Quando nell’episodio della lavanda dei piedi l’evangelista Giovanni racconta che Gesù «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine», non vuole forse sottolineare che non solo li amò anche in quel momento preciso, ma in un crescendo sino al dono di sé? Tutta la vita di Gesù, del resto, non è forse stata spesa per gli altri? L'Amore, di cui Gesù fa l’esegesi, ossia la “spiegazione” e lo svelamento, attraverso tutta la sua esperienza - come leggiamo alla fine del Prologo del vangelo secondo Giovanni -  è prima di tutto un sentimento attivo, non passivo: è conquista, non resa. Amare, per Gesù, è soprattutto “dare”, non ricevere.
 
 Ma che cosa significa “dare”? Il più delle volte si pensa che “dare” significhi cedere qualcosa, essere privati o sacrificare ciò che per noi conta, invece “dare” è la più alta espressione di potenza, di grandezza, di gloria di cui l’uomo può essere capace. Nello stesso atto di “dare”, io provo la mia forza, la mia ricchezza, il mio potere e questa sensazione di vitalità e di potenza mi riempie di gioia e di conseguenza, mi sento davvero traboccante di vita e di felicità. Nel libro degli Atti degli apostoli Paolo cita un detto di Gesù, che non compare nei vangeli, in cui si afferma: «C’è più gioia nel dare che nel ricevere», ma noi crediamo davvero che dare dia più gioia che ricevere? Che non è privazione, ma un atto grazie al quale io mi sento realmente vivo? Chiunque dona è ricco:  in questo caso, la sua umanità si identifica con la sua essenza. In ogni autentico dono, la persona dà sempre se stessa, dà una parte della sua vita, ciò che di più vivo ha in sé. Ciò significa che l'amore è una forza che produce amore. «Se amate senza suscitare amore, vale a dire, se il vostro amore non produce amore, se attraverso l'espressione di vita di persona amante voi non diventate una persona amata, allora il vostro amore è impotente, è sfortunato» (Erich Fromm).  A questo proposito chiediamoci, per un attimo: come ha amato Gesù? Quali sono stati i tratti distintivi del suo “essere per”, del suo “essere con”, del suo “essere in”? Prima di tutto in Lui vediamo la premura, l’essere davvero attento ai bisogni di chi incontra.
 
 Questo atteggiamento, questa opzione fondamentale, lo porta a vivere una responsabilità nei confronti del prossimo, che consiste nell’essere pronti e capaci di “rispondere” a lui. Infatti l’amore è rispetto, ossia come dice il termine (da respicere: guardare), è la capacità di vedere una persona così com'è, di conoscerne la vera individualità. Rispetto, quindi, significa desiderare che l'altro cresca e si sviluppi per quello che è, secondo le sue attitudini. Ma non è possibile rispettare una persona senza conoscerla, senza entrare nel suo intimo e vedere come è veramente. Amo quindi l’altro non per me, ma per lui stesso! Solo l'amore disinteressato è un sentimento maturo e completo. La condizione essenziale per la conquista dell'amore maturo è il superamento del proprio narcisismo e per questo è necessario diventare umili, obiettivi e riflessivi. L'egoista non è altro che un narcisista che ha concentrato, solo su se stesso, ogni capacità d'amore. Ma gli egoisti proprio per questo sono incapa¬ci di amare non solo gli altri, ma anche se stessi. Le parole di Gesù sul comandamento nuovo, quello dell’amore, sono inserite nel contesto dell’ultima cena, nella cena in cui sperimenta il vile tradimento di uno dei suoi amici. Proprio nella notte in cui Gesù viene tradito è il momento in cui egli ama di più i suoi discepoli. Gesù vive questo momento come la notte del dono. Addirittura vive quella notte come un momento di luce e di gloria! Proprio nell’ora dell’abbandono, dell’umiliazione, della solitudine, dell’incomprensione, del fallimento, Gesù raggiunge il culmine della sua gloria e glorifica il Padre.
 
 Ma io non ricevo forse gloria quando gli altri mi approvano, mi manifestano ammirazione perché notano in me delle capacità e delle qualità che apprezzano? Ora Gesù, paradossalmente, osa affermare di essere stato glorificato proprio mentre viene umiliato! Che significa tutto ciò? Come fa ad amare ancor di più i suoi discepoli e il mondo, quando tutti lo abbandonano e lo umiliano? Per Gesù non conta il suo successo, il suo nome, la sua salvezza, la sua immagine: “per lui, quello che conta sei tu”. Lui non ti ama perché te lo meriti, lui ama te più di se stesso. E per te, per la tua salvezza, ci sta a perdere tutto, anche il suo onore. Ci sta ad essere considerato colui che è «disprezzato e reietto dagli uomini, uno davanti al quale ci si copre la faccia». Davvero, come dice il profeta Isaia, «egli si è caricato le nostre sofferenze e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità». La bellezza di Dio, la gratuità dell’amore di Dio si manifesta dove più “ristagna” il nostro peccato e più grande è la nostra miseria. E’ nella notte del nostro peccato che si manifesta la giustizia di Dio, che giustifica! «Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù». Come si manifesta la giustizia di Dio? La salvezza dell’umanità avviene nel “sangue” di Gesù e ciò significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo, dal peso delle colpe, ma «il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a Dio. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore, la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare» (Benedetto XVI).
(DON UMBERTO COCCONI)


venerdì 26 aprile 2013

Scuola elementare di Sorbolo IV B e IV C. Incontro sul dialetto parmigiano con Michelotti, Maletti e Campanini.


(Foto di Anna Felici)
(Clicca sulle foto per ingrandirle)
(Testo blu in italiano)
Questa mattina nella scuola elementare di Sorbolo, si è svolto un incontro sul dialetto con le classi IV B e C. I già collaudati insegnanti di dialetto parmigiano, Alberto Michelotti, Enrico Maletti e Vittorio Campanini, hanno intrattenuto per un paio di ore i bambini delle due classi. Gli scolari erano stati preparati dalle maestre Francesca, Barbara e Anna, le quali sono state coinvolte anche nella lettura in dialetto di alcuni brani. Gli incontri guidati dai tre “Pramzàn” continueranno nel mese di maggio nelle scuole di Parma città, Newton, Corridoni, Santa Rosa, Cocconi, quest’ultima nel teatro alla presenza di tutta la scuola come saggio di fine anno dedicato alla lingua del dialetto.

(Testo giallo dialetto parmigiano)
Scóla elementära  äd Sorbol  IV B e IV C. Incóntor sul djalètt  pramzàn con Miclòtt,  Malètt e Campanén.

Sta  matén’na in-t-la  scólal elementära  äd Sorbol, s’é zvolt un incontor sul djalètt  con  il clasi IV B e C. I zà colaudè  insegnant  äd djalètt pramzàn, Bèrto Miclòtt, Richén Malètt e Vitori Campanén,  j àn intratgnù  p’r un pär d’ óri i putén  dìll do clasi. I scolär  j éron stè  bén preparè  dal méstri Francesca, Barbara e Anna, il cuäli j én städi coinvolte anca lor  in-t-la  letura in djalètt  äd socuànt bran. J incontor  guidè  dai tri “Pramzàn” i continnuon  in-t-al  méz äd mag’ in-t-il  scól  äd Pärma citè, Newton, Corridoni, Santa Rosa, Cocconi, cl’ ultima chì in-t-al teator  ala prezénsa  äd tùtta la scóla cme sag’  äd la  fén äd l’ an’ dedichè  ala lènngua dal djalètt.
(Tgnèmmos vìsst)
E.M.

martedì 23 aprile 2013

Venerdi 26 aprile, ore 15,30 Auditorium di Parma Lirica, pomeriggio col dialetto. Ricordando Giuseppe Verdi.

 
 

Questa sera a TV Parma ore 21 ,“Quarantotto” condotto da Luca Sommi. Puntata ambientata nel torrenta Parma. Tra gli ospiti Alberto Michelotti e Enrico Maletti.



(Foto di Cristina Cabassa)
(Clicca sulla foto per ingrandirla)
(Testo blu in italiano)
Una scodella di lambrusco quattro sedie, una fisarmonica qualche frase e parola in dialetto parmigiano ed ecco fatto, creato l’ambiente di una vecchia osteria, ma questa volta nel greto del torrente La Parma tra il ponte Verdi e il ponte di mezzo. Luca Sommi che conduce il programma “Quarantotto”, ha ospitato nel suo salotto, questa volta a celo aperto,  alcuni personaggi della parmigianità, Alberto Michelotti,  Enrico Maletti Corrado Medioli, il burattinaio Patrizio Dall’Argine, l’artista Luca Ferraglia,  ospiti anche il sociologo Giorgio Triani e lo scrittore Camillo Langone.  Appuntamento per questa sera alle ore 21 su TV Parma.

(Testo giallo dialetto parmigiano)

Sta sìra a TV Parma  alj óri 21 ,“Quarantotto” prezentè da Luca Sommi. Tra j òspit Bérto Michlott e Richén Malètt.  Nostalgia par la Pärma äd ‘na volta
‘Na scudéla  äd lambrùssch cuàtor scrani, ‘na fizarmonica socuànt  fräzi  e paroli in djalètt  pramzàn  e ecco fat l’ambjénta äd ‘na vécia ostarja, mo sta volta in-t-al  torént  La Pärma tra ‘l pont Verdi e al pont  äd méz. Luca Sommi ch’ al prezénta  al programa “Quarantotto”, l’à ospitè  in-t-al  so salót, sta volta a cél avèrt,  socuànt  parsonag’  ädla parmigianitè, Bèrto Michlòtt,  Richén Malètt  Corrado Mediól, al buratinär Patrizio Dall’Argine, l’artìssta Luca Ferraglia, (LUfER)  òspit anca al sociòlogh Giorgio Triàn e al scritór Camillo Langone. Apontamént  par  sta sira alj óri 21 su TV Parma.
(Tgnèmmos vìsst)
E.M.

 

"Il Pagéli di Crozè in djalètt Pramzàn". Inter - Pärma 1-0 Testo pubblicato sulla Gazzetta di Parma del 23 aprile 2013.

 
 
 (Testo in dialetto parmigiano)
Inter Pärma 1-0

Mirànt cuàtor : mo che gol ät ciapè ? A t’ paräv Tilio Basteri cuand al zugäva in porta, l’andäva zò un cuärt d’óra prìmma però al pu dil volti col pè al gh’ é riväva, tì invéci njénta, ‘na gàta e basta
 
Benalouane sètt : codìggn e atént dardè, pu pericolóz che Belfodil e Biabiany miss insèmma davanti ! L’é tutt dir a tutt il manéri col ragas chi l’é vón ch’ a gh’ la mètta sémpor tùtta e con la scuädra ch’ l’à pär in vacansa da Nadäl l’é béle cuél
 
Còvva séz : cme a s’ dìz, sénsa infamia e sénsa lode, però tra infortùnni, zbarädi e dormidi l’impresjón l’é che l’Udinéz la gh’ à vìsst bastànsa bén anca sta volta
 
Lucaréli séz : sénsa colpi sul gol, e second mi a gh’éra anca un rigor in-t-al finäl !
 
Santacróza zéro : mi a ’n capìss miga cuäl al sia al probléma, però a so che ogni volta ch’al zùga o ch’al vén su l’é un perìccol adrè  ch’ l’ätor, e insìmma al gol un movimént da film äd Stanlio e Ollio, roba ch’ a né s vèdda pù gnanca a Molèddol 3 al sàbot dopmezdì !
 
Gobbi sìncov : jerdlà Massimo té gh’ si restè in méza cme un giovedì, i t’ n’ àn mìss du da la tò pärta e ancòrra ‘na volta a ’n gh’ é mìga stè la mòsa conträria e ti a t’ si andè in apnea subìt !
 
 
Valdes séz : partìda parféta par figurär un pò méj dato ch’ l’é städa zugäda ai vint a l’ora, un gran tir e ‘na cuälca zugäda un pò pu incizìva ! Vót vèddor che Calimero con la primavéra al sälta fóra cme l’an’ pasè ! Sperèmma parchè sarìss anca ora
 
Marchionni sìncov : Marchino con la lénngua adrè téra e il gambi pézi un bél pò, second mi t’é mìss su anca un cuälca cavji bjanch ! Stà miga  preocupärot sucéda a tutt vè
 
 
Paról séz : contra un centorcamp in coma cme còll äd l’Inter a gh’éra da schisär insìmma al gaz e zburlär, invéci val a capir al parchè a ’n gh’ i mäj provè fin in fónda a fär mäl a l’Inter
 
 
Belfodil zéro : n’ätor zugadór dal girón d’andäda ! Dopa il fésti é par cäz tornè indrè so fradél ? Lòmmo sérca äd därot da fär sionò al “top team” a t’ al väd s’ a t’ fè l’abonamént a Sky
 
Sansón cuàtor : oh Tato, l’é séz méz ch’a t’ fagh di complimént, e tì l’é socuant fésti ch’ a t’ fè  a l’arvärsa äd prìmma ! L’é anca véra che pasär la bala a Biabiany davanti a la porta l’é cme butärla diretamént in curva, mo ch’ la bàla li la vräva pasäda e basta !
 
  
Amauri séz :
al solit, do spani superior ala média, sia cme técnica che cme tésta ! certo che ogni domenica sintìros l’ùnnich ch’al spùda sànngov, ch’al lòta, ch’al ciapa dil gomdädi e dil zbarädi prìmma o pò vón al se fiàca anca
 
Biabiany zéro : n’ocazjón clamoróza e cme al solit l’à fat tutt fóra che fär gol ! L’ùltma partìda decénta ch’ a m’arcòrd a memòrja l’é städa con l’Inter a l’andäda, fì vù ! Dill volti al pär un film äd Ridolini, al fa i dozént a l’ora dopa al sé scorda la bala indrè, al scapùssa, al casca, insòmma un lavór da zbudläros dal rìddor, ch’j ätor però.
 
Donadon: Mìsster, so còza vól dir pèrdor un papà, un brasamént e sentìdi condoljansi da pärta mèjja cme da pärta äd tutt i tifóz, forsa e corag’ !
 AVANTI CROCIATI
(Tgnèmmos  vìsst)
Testo di Crociato 63
 
 
Correzione ortografica di Enrico Maletti
 
 

lunedì 22 aprile 2013

Morto Ercole Donadoni padre di Roberto Donadoni allenatore del Parma F.C.


 
(Testo blu in italiano)
Questa notte nella sua casa di Cisano Bergamasco (BG), è morto Ercole Donadoni, padre dell’allenatore del Parma F.C. Roberto Donadoni. Al Mister le condoglianze di Parmaindialetto.

(Testo giallo dialetto parmigiano)
Sta nota in-t-la  so ca’  äd Cizan Bergamash (BG), è mort Ercole Donadón, pädor  äd l’alenadór dal Pärma F.C. Roberto Donadón. Al Mìsster  il condoljànsi  äd Parmaindialetto.
(Tgnèmmos vìsst)
E.M.

domenica 21 aprile 2013

Il Vangelo della domenica. "Torniamo a respirare l'odore degli altri". Commento di don Umberto Cocconi.









Pubblicato da Don Umberto Cocconi   il giorno sabato 20 aprile
2013 alle ore  19,51


Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola» (dal vangelo secondo Giovanni)
 
Cominciamo dal bellissimo messaggio di papa Francesco: «Siate pastori con l’odore delle vostre pecore  … che si senta quello». Poche parole che racchiudono un’intuizione straordinaria, un’immagine che va dritta al cuore. Se c’è una cosa che puzza è proprio l’odore di pecora. E noi dovremmo “puzzare di pecora” o meglio “odorare di pecora”? Ebbene, sì! Ywan nu wé è l’espressione idiomatica africana in lingua fon, che significa “Accetto il tuo odore”, quindi “ti voglio bene”. Il legame che ci dovrebbe unire gli uni agli altri è dato anche dall’odore. Dimmi “di cosa sai” e ti dirò non solo chi sei, ma anche chi frequenti. Se le pecore puzzano, sono disposti anche i loro pastori a puzzare? Sono disposti altresì i pastori della Chiesa a lasciarsi “imbrattare” dall’odore del mondo, lasciando però anche scorrere su di sé l’olio profumato che scende a profusione dal cuore di Dio, dal suo Cristo, perché raggiunga, inondi, guarisca le sue pecore? Il buon prete – stando a papa Francesco – si riconosce da come ha unto il suo popolo. Infatti, «quando la nostra gente viene unta con olio di gioia lo si nota: per esempio, quando esce dalla Messa con il volto di chi ha ricevuto una buona notizia. La nostra gente gradisce il Vangelo quando, ciò che predichiamo giunge alla sua vita quotidiana, quando scende come l'olio di Aronne fino ai bordi della realtà, anche quando, la Parola di Dio, illumina le situazioni limite, 'le periferie' dove il popolo fedele è più esposto ai pericoli che “saccheggiano” la sua fede.
 
La gente ci ringrazia perché sente che abbiamo pregato con lei, per le realtà della vita di ogni giorno. E quando sente che il profumo dell'Unto di Cristo, giunge attraverso di noi, è incoraggiata ad affidarci tutto quello che desidera possa arrivare al Signore». Questo del “profumare” è un invito rivolto a tutti: non solo ai preti, ma anche ai politici. Direi, inoltre, che vale anche per gli avvocati, per i medici, gli insegnanti, i professori universitari e in generale per tutti coloro che possono vantare una posizione di privilegio o di potere, per piccola o grande che sia. E’ l’odore degli altri che dobbiamo tornare a respirare, per poterci mettere in contatto con la loro epidermide per sforzarci di guardare il mondo anche attraverso lo sguardo degli altri, per sentirlo attraverso le loro aspirazioni e le loro ansie. Così dicono i francesi: “L’amour c’est une question de peau” – l’amore è una questione di pelle. Senza questo atteggiamento le parole rimangono vuote e senza eco e noi non abbiamo vera credibilità, per cui i nostri sforzi risultano velleitari. Insomma “prendere” l’odore delle pecore non è scegliere di contaminarsi o compromettersi con  “il puzzo del mondo”, ma la capacità di vivere realmente, fino in fondo, la prossimità con l’altro. E ancora: com’è bello, come dà gioia sapere di essere nelle mani di qualcuno! Siamo nella mani di Gesù, nelle mani del Padre e nulla ci potrà mai separare dal loro amore, nulla ci lascerà cadere fuori dalle palme delle loro mani, che ci sorreggono e ci riscaldano.
 
Ci sono mani non solo umane, ma divine che ti custodiscono, ti proteggono, ti difendono, mani che si prendono cura di te, perché tu, come ogni creatura umana, sei un essere speciale. La creazione è avvenuta, ci racconta la Bibbia, attraverso la Parola, mentre l’essere umano è stato creato dalle mani di Dio, che si sono sporcate di terra, la quale a sua volta si è “sporcata”, impregnata di Dio, inebriandosi del profumo di Lui. Se la potenza della Parola di Dio fa la bellezza della creazione, è altrettanto vero che sono le mani di Dio a sporcarsi per fare l’uomo e la donna. Nella vita di tutti i giorni ci sono ancora altre mani che incontriamo, che si prendono cura di noi, tanto da “farci sentire” persone. Se pensiamo agli errori che facciamo, che mettono in difficoltà chi ci circonda, scopriamo, il più delle volte, che ci sono  altre mani che lavorano proprio per rimettere a posto i cocci che noi seminiamo tutt’intorno. Quante mani ci toccano, ci smuovono, ci trasformano! Le mani delle persone che ti amano sono capaci di modellarti al punto da far uscire tutta la bellezza che è in te, tutto il tuo splendore. «Sono mani che lavorano il nostro corpo e la nostra anima, le nostre idee e la nostra sensibilità, i nostri comportamenti e i nostri sentimenti: l’argilla della nostra umanità» (Comunità di Sant’Eusebio). Che strano…  abbiamo le mani e talvolta non le mettiamo a disposizione di Dio. Siamo in contatto con numerose mani che ci stanno attorno, ma non le sappiamo valorizzare e nemmeno ringraziare per quello che producono in noi.
 
E’ bello immaginare il mondo come l’incrociarsi di mani umane e di mani divine, tutte insieme nell’atto di plasmare lo straordinario disegno di Dio sulla nostra persona. Nel libro della Genesi  è Dio stesso che opera meraviglie, ma ci vogliono mani umane per proseguire l’opera della “ri-creazione”, perché di una nuova creazione si tratta, quando si torna a vivere dopo gli errori fatti. E’ bello sapere che le nostre mani operano insieme a tante altre, che costruiscono, che ripuliscono, che amano, che lavorano, che portano il bene nei gesti che compiono. Quando tu offri la tua mano a Dio egli difficilmente abbandona la presa. Madre Teresa si considerava un semplice strumento nelle mani del Signore, ovvero, per usare una sua nota espressione, “sono una matita nelle sue mani”. Il merito non è mai della matita, bensì di chi scrive: in questo caso, Dio stesso. Da questa profonda convinzione scaturiva la sua illimitata fiducia, la tenace speranza che riponeva non in sé, nelle sue forze, ma nella grazia divina. «Io non penso di avere delle qualità speciali, non pretendo niente per il lavoro che svolgo. E’ opera Sua. Sono come una piccola matita nelle Sue mani, nient’altro. È Lui che pensa. È Lui che scrive. La matita non ha nulla a che fare con tutto questo. La matita deve solo poter essere usata» e chi accetta di lasciarsi “usare” non solo  “odora” del popolo di Dio, ma profuma di Cristo!
(DON UMBERTO COCCONI)