Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


Con la qualità non si scherza. Parola di Enrico Maletti

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“Parmaindialetto” è nato il 31 luglio del 2004. Quest’anno compie 13 anni

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sabato 30 agosto 2014

Il Vangelo della domenica: commento di don Umberto Cocconi


Il Vangelo di domenica 31 agosto
Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria anima? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria anima? Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni». (Vangelo secondo Matteo)

Dagli anni ’80, fino a poco meno di una quindicina d’anni fa, è andato in onda un programma televisivo che si chiamava “Ok, il prezzo è giusto”. Il gioco consisteva nell’indovinare il prezzo di diversi prodotti. Nel vangelo di oggi, la domanda di Gesù sembra proprio riferirsi a un ambito di natura commerciale: quanto vale la tua vita e qual è il suo “prezzo giusto”? E’ possibile fare della propria anima una merce di scambio? Cosa può esserci di talmente conveniente da indurci a “venderla”? E la vita, con tutto quello che la concerne, compresi i nostri comportamenti, questa vita che ci è così cara, come potremmo mai salvarla? Gesù usa un linguaggio forte e paradossale, come del resto riesce sempre a fare. Quanto al “perdere la propria vita”, Gesù allude alla morte, certamente, ma gioca sull’ambiguità dell’espressione, che rimanda sia alla morte fisica che spirituale, fatto ben più grave e irreversibile. Proviamo a pensarci: quante volte mi sono venduto l’anima? Quante volte mi sono “svenduto”, ho svenduto valori preziosi quali la dignità, l’integrità morale, la coerenza, per guadagnare qualche cosa, ma che cosa? Per quanto seducente sia stato il contraccambio, si tratta sempre di qualcosa che alla fine non vale il prezzo della vita, dell’identità profonda, del nostro “nucleo” di umanità, del nostro profilo spirituale. «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la sua anima», dice Gesù, ovvero, se poi perde se stesso? «Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo», diceva Pavese. In ogni situazione, qualsiasi oggetto l’uomo cerchi, non cerca altro, in realtà, che se stesso. E allora, che giova guadagnare il mondo intero, se poi perdo me stesso, il mio io, il mio cuore, la mia anima, la mia essenza? Ognuno è più grande del mondo, non va dimenticato: più grande di tutto ciò che è “cosa”, di tutto ciò che è potenzialmente una merce, di tutto ciò che può essere oggetto di possesso e di commercio. Occorre fare molta attenzione al nostro rapporto con le cose: nella misura in cui le possiedi, esse rischiano sempre di possederti a loro volta, di “cosificarti” e perciò di “nientificarti”. 

Davanti a questo rischio veramente mortale, qual è il suggerimento, o meglio la provocazione, che ci viene da Gesù? E’ questa: “Se perderai la tua vita donandola, di certo non la perderai, anzi la guadagnerai in eterno”. E’ il paradosso cristiano per antonomasia, è il vero significato della croce. E’ precisamente quello che è avvenuto a Gesù, da Lui stesso descritto nella profezia che apre questo brano di vangelo, vero e proprio annuncio pasquale: Gesù accetta di perdere la propria vita andando proprio là dove lo attendono i suoi nemici; accetta anche la prospettiva di essere perseguitato e colpito con atrocità, da parte dei suoi capi e infine di essere ucciso nel modo più infamante. Certo, la sua vicenda non finirà qui. Oltre il buio confine della morte di croce, Gesù annuncia una resurrezione nel «terzo giorno». Nella bibbia, Il terzo giorno è il tempo di grazia in cui i conti tornano, in cui la sventura diventa provvida, in cui tutto concorre al bene, anche i fatti più tragici. In quel giorno, Gesù ritroverà la propria vita dopo averla perduta, consumata, gettata in pasto a chi lo vuole cancellare dal mondo e dalla storia. Il terzo giorno è il tempo in cui il paradosso si compone, o come direbbe il linguista Ferdinand de Saussure, il tempo e il luogo in cui “ tout se tient”, in cui tutto mostra una coerenza profonda, in cui perdere è trovare, in cui “si indovina il prezzo giusto”, il vero valore della vita. Nel celebre “Faust” di Goethe, il protagonista, Faust appunto, stringe un patto per la vita eterna con Mefistofele, il diavolo. In cambio della propria anima, egli ottiene la possibilità di provare tutto, di passare da un desiderio all’altro, da un amore all’altro, di possedere il mondo intero, ma a una condizione: «Se dirò all’attimo: fermati dunque! Sei così bello! Allora mi potrai gettare in catene» promette Faust nella sua “diabolica” compravendita, «allora andrò volentieri in rovina!». E oggi che cosa significa “vendere l’anima al diavolo”? Non significa forse, nella sostanza, tradire se stessi? Il “se stesso” di ognuno di noi è più grande del mondo. Il mondo intero, infatti con tutte le sue cose, con tutte le sue merci, non basta a soddisfare il desiderio, la sete di amore, di dignità, di condivisione, di bellezza, di giustizia, di assoluto, che ognuno di noi porta in sé. Possiamo avere tutto e nello stesso tempo smarrire noi stessi. 

Se incominciassimo ad amare davvero la nostra umanità, a esserne consapevoli, a metterla in gioco, valutando alla sua luce qualsiasi proposta, qualsiasi sguardo, qualsiasi tentativo, nessuno potrà prenderci in giro. E’ proprio perché non ci valutiamo, perché non crediamo in noi stessi, che arriviamo a gettare via la nostra essenza, la nostra dignità: per questo l’uomo contemporaneo arriva a svendersi così spesso e così male, con tragica indifferenza.
Il film "Faust" di Aleksandr Sokurov, vincitore alcuni anni fa del festival di Cannes, racconta proprio l'incontro tra Faust, un medico, e Mefistofele, il diavolo, che non per niente è un individuo assetato di denaro, un usuraio, uno strozzino. Il Faust che vende la propria anima al diavolo è un uomo insoddisfatto e insaziabile, divorato da un’inestinguibile sete di sapere, che lo porta a non accontentarsi mai di quello che sa. Durante tutto il film, Faust e il diavolo non fanno altro che muoversi, spostarsi da un luogo all'altro per andare oltre, come chi è condannato a non trovar mai pace. Una pace che Faust, forse, non vuole nemmeno trovare, perché l’attimo “assoluto”, il momento talmente appagante, da fargli desiderare che questo non finisca mai, è la sola condizione che può far saltare l’accordo. Nel film, il patto e la sua condizione s’intuiscono - quando per un momento la bellezza di Margherita si blocca con un fermo immagine sullo schermo - ma viene ben presto dimenticato, in nome del tormento, della sete di conoscenza, che spinge Faust lungo un cammino dove tanto Margherita quanto il demone-usuraio e tentatore finiranno per essere abbandonati. Il regista Sokurov sceglie di provocare il pubblico, di stordirlo con l’esasperazione di dialoghi serrati e di sequenze concitate, tra scenari cupi e una minuziosa simbologia infernale. Anche Sokurov, novello Mefistofele-usuraio, propone allo spettatore un patto a caro prezzo, per condurlo negli abissi del mistero del male. Tutto questo per dargli la possibilità di scoprire la verità delle sue azioni e dell’inganno operante nel mondo, dove il denaro diventa un idolo, dove è al lavoro il diavolo-usuraio, dove si pretende di sapere tutto del corpo, ma senza sapere niente di ciò che è fondamentale: abbiamo un’anima, una coscienza, perciò siamo e dobbiamo essere consapevoli del nostro valore, dovuto alla nostra umanità
(DON UMBERTO COCCONI)

A S. Secondo Parmense, nell' AGORA FRA GLI ULIVI, Venerdi 5 settembre ore 20,30, LA DIALETTALE SISSESE presenta "L'emusion la vén dal cor" Commedia in tre atti di Mauro Adorni.


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giovedì 28 agosto 2014

PUBBLICAZIONE N° 44: "PROVERBI SUI MESTIERI E LE PROFESSIONI" IN DIALETTO E ITALIANO: Parmaindialetto pubblica 3 proverbi in dialetto e in italiano


Pubblicazione N° 44
Proverbi sui mestieri e le professioni
Provérbi sui mestér e il profesjon


Al lavór ‘dla fésta al va fóra  dala fnéstra.          
Il lavoro di festa va fuori dalla finestra. Cioè: non rende.

L’é la corda ch’liga al sach.                     
È la corda, che lega il sacco.Cioè: sono le ultime fasi della contrattazione, quelle che decidono.

A cäga pu un bo, che sént rondanén’ni                     
Caca più un bue che cento rondini. Cioè: l’opera di un esperto vale più del lavoro di cento arruffoni.

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domenica 24 agosto 2014

Secchiate d'acqua parmigiane per solidarietà. LOTTA ALLA SLA. Io parlo parmigiano" ha organizzato "al zdél d'acua pramzàn"


 "al zdél d'acua pramzàn" 
di "IO PARLO PARMIGIANO" per la 
LOTTA ALLA SLA
Con LUCA CONTI, MIRKO LERAGHI, ENRICO MALETTI, DANILO (BAROZ) BAROZZI E RICCARDO (RICO) MONTANINI




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sabato 23 agosto 2014

Il Vangelo della domenica: commento di don Umberto Cocconi.


Il Vangelo di domenica 24 agosto
Essendo Gesù giunto nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa … A te darò le chiavi del Regno dei cieli». (Vangelo di Matteo)

Siamo in viaggio, come i discepoli del Vangelo, e siamo finalmente giunti a quella che gli etiopi chiamano città santa: è “Lalibela”, la nuova Gerusalemme. Fu edificata nell’XII secolo, dopo che il re di questo popolo, ritornato da un viaggio a Gerusalemme, vide che la città di Davide era stata distrutta e occupata dai mussulmani, per questo rimpatriato decise di ricostruire nel suo paese Gerusalemme e pose in una delle dodici chiesescavate nella roccia della montagna,l’antica Arca dell’Alleanza del popolo ebraico. E’ bello in questo luogo così carico di storia, poter rispondere in prima persona alla domanda che Gesù rivolge da sempre ai suoi discepoli: “E voi chi dite che io sia?”. Sono ancora interessanti e decisivi la vita e il messaggio dell’uomo di Nazaret? La risposta di Pietro: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”, che significato ha per noi? A questo interrogativo, neppure noi, viaggiatori Mission 2014, possiamo sottrarci, soprattutto oggi, mentre siamo a Lalibela, conquistati dalla bellezza e dall’incanto di queste cattedrali di pietra. Ecco di seguito alcune testimonianze.Alessandro, 27 anni, musicista: «Faccio fatica ad essere in contatto con Gesù, ma la musica e in specie il canto dell’Alleluia, mi aprono il cuore, mi riempiono d’amore e mi commuovono nell’intimo, facendomi gustare la presenza e la vicinanza a Lui».«Oggi Gesù  – afferma Matteo, 29 anni, impiegato -  lo possiamo trovare in chi fa del bene agli altri. Nella testimonianza di chi vive la sua Parola ci è data la possibilità di incontrarlo».«Di Gesù  – afferma Caterina, 23anni, laureata in Scienze della Educazione–ho avuto nel cammino della mia vita diverse esperienze. 

Quando ero piccola lo sentivo molto vicino a me, divenuta adolescente mi sono distaccata da Lui, partecipando poi direttamente alla vita della parrocchia c’è stata,da parte mia, una riscoperta di Lui. Oggi per me Gesù è il Vivente e lo vedo presente negli occhi delle persone che lo testimoniano». Rita, 24 anni, impiegata:«Non so ancora chi sia realmente Gesù per me e soprattutto mi interrogo riguardo al ruoloche svolge nella mia vita. So per certo però che riesco a trovalo e a incontrarlo in esperienze come queste, dove sento vicina la sua presenza. Per questo infatti penso che nelle parole di Gesù “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sarò con loro”non cisia nulla di più vero, perché è nella condivisione e nellacomunione con il prossimo che Lui è vivo in mezzo a noi». Amedeo,24 anni, impiegato:«E’ una domanda che mi viene difficile, Gesù di certo è un personaggio fantastico ed unico della storia. Quando uno capisce e comprende chi è veramente, la sua vita terrena cambia: così come la sta vivendo non ha più senso e incomincia ad avere nostalgia del cielo, delle cose grandi». Costanza, 22 anni, studentessa di Lettere: «Per me Gesù è il Vivente, l’ho incontrato diverse volte nella mia vita, senza accorgermi subito della sua presenza. L’ho visto soprattutto nel volto dei miei genitori, nelle testimonianze delle persone che ho incontrato a Parma e poi in Etiopia, come suor Sarina, Suor Mary, Padre Bernardo. Sono figure in cui si vede riflesso l’amore di Gesù. Accorgersi di Lui nella gente che incontro mi aiuta e mi dà speranza perché mi offre dei modelli per la vita quotidiana». Caterina, 26 anni, educatrice:«Nella quotidianità sento spesso lanecessità di ritrovarmi con Gesù, nella preghiera, nell’Eucarestia e nel canto. 

Desidero incontrarlo  perché altrimenti non riuscirei a dare un ordine alle cose, ai miei rapporti e ame stessa. Gesù per me è questo:uno strumento d’amore che mi permette di vedere che dietro le cose c’è altro, che sono piccola e che ci sono cose che non posso capire, ma anche che a capo del timone c’è Lui. Grazie a Gesù molte cose di cui faccio esperienza, vedo e tocco,o in chi incontro, acquistano un senso, un’utilità e un ordine di cui anch’io faccio parte». «Mi ha sempre colpito il motto di papa Francesco – afferma Beatrice di Sant’Ilario, 19enne –“Gesù si abbassa al tuo livello e ti alza”. La cosa bella è che Gesù mi ha riconosciuta e accolta nelle mie debolezze. Dove la mia sensibilità e razionalità nonriescono a dare un senso alla mia vita,la parola di Gesù, al contrario, dona un risvolto nuovo alla mia storia. Prendo coscienza di me e  mi sento pronta ad affrontare le prove della vita, vincendo le mie paure più profonde con coraggio». Elisa, 23 anni, laureanda in economia: «Per me Gesù non è solo un personaggiostorico ma è il Vivente, per questo lo posso trovare nei gesti delle persone e nei miei per gli altri. In Etiopia ho sentito presente Gesù durante la messa, nei volti di quei bambini e giovani che cantavano testimoniando la loro fede. Sicuramente io incontro Gesù anche in coloro che mettono al servizio degli altri i loro talenti. Dio ci ha dato un dono e noi siamo in dovere di svilupparlo, abbiamo un talento per arricchire di bellezza il mondo».Come le dodici chiese diLalibela, scavate, ricavate e fondate da quello che prima era un unico blocco di pietra come tanti altri, così anche Simon Pietro assume un nuovo nome e una nuova identità, grazie all’incontro con Gesù: prima era un materiale grezzo, non finito, incastonato come tanti altri nelle proprie paure. E’ importante capire cosa ci definisce, cosa ci rende speciali e luminosi agli occhi di Dio e delle altre persone. Allo stesso tempo necessitiamo sempre di Qualcuno che “estragga” da noi i nostri doni: di sicuro da soli non ne siamo capaci. E’ proprio nella conoscenza di Gesù che siamo  capaci di conoscere e ri-conoscere noi stessi. Solo Lui ha il compito e l’onore di levigarci, definirci, di renderci creature o chiese nuove, che verranno ricordate e ammirate nel tempo per la loro bellezza e perfezione
(DON UMBERTO COCCONI)

giovedì 21 agosto 2014

"L'AVARO" CON LA COMPAGNIA I BURATTINI DEI FERRARI IL 29 AGOSTO ALLA CORALE VERDI:


(FOTO DI ENRICO MALETTI)


La Compagnia
I Burattini deiFerrari
è lieta di invitarVi 
alla Pergola della Corale Verdi
Vicolo Asdente  Parma

Venerdi 29 agosto 2014 ore 21.00

" L’AVARO”


commedia in 3 atti


Vi attendiamo
Daniela & Giordano Ferrari

domenica 17 agosto 2014

IL VANGELO DELLA DOMENICA. COMMENTO DI DON UMBERTO COCCONI



Vangelo di domenica 17 agosto.
Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna cananea, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele». Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita. (Vangelo di Matteo)
Gli uomini della legge non perdono occasione per stigmatizzare il comportamento di Gesù. Ai loro occhi, il rabbì di Galilea è un irregolare, che con le parole e le azioni contesta l’interpretazione ufficiale e autorevole delle prescrizioni mosaiche: è un uomo da tenere sotto stretta osservazione. Gesù, però, non cessa di ricordare a loro che non è venuto a “sabotare” la legge, ma a darle compimento: il suo intendimento è di svelarne lo spirito animatore, andando, quando è necessario, oltre la “lettera”, oltre l’involucro formalizzato della legge stessa. Non intende abolirla, bensì “fecondarla”, per far sì che essa possa nuovamente donare vita all’uomo. Non a caso, a coloro che accusano i suoi discepoli di prendere cibo con mani immonde Gesù risponde: ‘’Non ha importanza il modo con cui vi lavate le mani prima di mangiare, non ha importanza ciò che mangiate, perché l’importante è il vostro cuore: è da lì che tutto ha origine, è là che si può insediare il male’’. Possiamo immaginare che Gesù, dopo tante discussioni sul filo del rasoio con le autorità del suo tempo, sia stanco, “un po’ stressato”, come diremmo oggi, e che proprio a seguito di queste dispute senta il bisogno di lasciare la sua regione, di varcare i confini di Israele, per godersi -paradossalmente - un tempo di relativa pace e serenità. Gesù, pertanto, si dirige verso Tiro e Sidone, varca una ‘’frontiera’’ territoriale. E ora, che cosa accadrà? Giunto in terra pagana, si lascerà contaminare dal vissuto di donne e uomini stranieri, dalla loro mentalità e cultura così diverse? È una delle “ossessioni” d’Israele, questa, un rischio-tentazione ricorrente, il filo conduttore d’innumerevoli pagine e riflessioni bibliche. Gesù aveva già “varcato” le frontiere teologiche e rituali del suo popolo, andando ben oltre il legalismo delle prescrizioni e dei divieti, per proclamare il vangelo della misericordia. Ora, con questa ‘’lunga marcia’’, il maestro abbandona la terra della salvezza, per dimorare nella terra dei pagani È qualcosa d’inaudito, è il contro-esodo che Gesù sta compiendo: aglocchi degli uomini della legge, diventerà un impuro. Ma ancora più sorprendente è che, poco tempo prima, Gesù stesso aveva sconsigliato agli apostoli “in missione” di andare fra i pagani, fra i samaritani in particolare. 

Ed ecco invece il maestro, in prima persona, che si avventura fuori dai confini d’Israele! Agendo così non sembra contraddirsi? Quali timori, quali riflessioni e affetti sono celati in questo comportamento? Anche in questa terra, comunque, Gesù sarà “ricercato”: la sua fama lo precede. In questo caso specifico, la prima che gli corre incontro è una donna, che lo implora di aiutarla. Lui però pare non rispondere minimamente al suo grido di aiuto. Perché questo atteggiamento? Non è quello del Gesù che già conosciamo, che i suoi discepoli già conoscono. Certo, la cananea è da tenere doppiamente a distanza, in quanto donna e in quanto pagana. Tuttavia, come non compiere una “briciola” di gesto (una parola, un minimo di attenzione) verso una donna disperata, che piange, urla e chiede aiuto per la propria figlia malata? Perfino i discepoli, solitamente guardinghi, rimangono talmente spiazzati dal comportamento insolito di Gesù da intervenire in favore della donna, non fosse altro che per togliersi di torno quella “discepola” così imbarazzante. Quando però essi, a loro volta, lo implorano di fare qualcosa, Lui dice di essere stato mandato soltanto «per le pecore perdute della casa d’Israele»! «Il suo atteggiamento circospetto, riservato, non rivela forse il problema che si pone alla sua coscienza di giudeo, quale egli è in quanto figlio d’uomo: Israele o il mondo intero?» (Françoise Dolto). Le parole della donna straniera e pagana, però, trasformano Gesù profondamente. Dopo questo incontro, Lui non sarà più come quello di prima: ha cambiato il suo modo di pensare. Prima di incrociarla sul suo cammino, Gesù non aveva ancora chiaramente compreso che la sua missione poteva e forse doveva estendersi oltre i confini di Israele. Esageriamo a supporre che Gesù non avesse ancora percepito chiaramente che la sua missione era rivolta a tutti i popoli? Come afferma Françoise Dolto, in questo avvenimento, che potrebbe sembrare minore rispetto a tanti altri di cui i vangeli ci raccontano, assistiamo alla nascita, in Gesù, del suo desiderio più profondo, o piuttosto alla scoperta del suo desiderio. «Sì, credo che egli si trovi di fronte a una manifestazione del suo desiderio: occuparsi ‘’delle cose del Padre’’, quale Padre di tutti gli uomini e non solo dei giudei». 

L’incontro con questa straniera trasforma il destino di Gesù Cristo e quindi di tutta l’umanità. La Dolto arriva a chiedersi: «La donna cananea segna dunque una mutazione nel destino cosciente di Gesù? Per la prima volta, una straniera, una vera pagana di nascita, gli chiede di comportarsi da Messia, da Cristo, come il profeta che guarisce una straniera in una terra straniera! Per la prima volta, egli scopre che una pagana può aver fiducia in lui… Che i rapporti di fede, di salvezza, di comunicazione possono varcare le frontiere. Gesù sembra imbarazzato, indeciso, come ogni volta che ci si sente soli a innovare, soli ad assumere una responsabilità dall’esito incerto. Egli rimane dapprima in silenzio, poi dice: “No”, come a Cana! Ciò significa che il desiderio non lo si conosce mai totalmente subito, e si evolve ogni giorno, e proprio per questo è spesso angoscioso». Qui Gesù ci appare “veramente uomo”, uomo del suo tempo, inserito in una cultura, in un modo di pensare difficile da scardinare anche in lui, proprio perché vi è immerso, vi è calato dentro integralmente. Estremizzando, potremmo dire che con questo incontro “oltre frontiera” Gesù viene generato a una nuova visione della salvezza. La donna cananea, per di più pagana, rivela al Cristo la sua missione: “Non puoi fare briciole di miracoli, briciole di segni per quei ‘cani di pagani’ che però guardano a te con fiducia? Sono semi di salvezza che porteranno un frutto sovrabbondante!’’. Le parole della donna lo toccano in profondità, lo orientano, lo provocano, lo mettono in crisi con se stesso. Gesù comprende che può occuparsi anche degli ‘’altri’’, che la sua missione è universale. Grazie alle parole della cananea, Gesù è libero dai suoi condizionamenti culturali, vede distintamente ciò che deve fare: scopre l’ampiezza dell’occuparsi “delle cose del Padre”. A Cana, una donna – Maria, sua madre - lo fece entrare nella vita pubblica; qui, in terra straniera, una donna lo fa entrare nella vita universale.
(DON UMBERTO COCCONI)

martedì 12 agosto 2014

PUBBLICAZIONE N° 43: "PROVERBI SUI MESTIERI E LE PROFESSIONI" IN DIALETTO E ITALIANO: Parmaindialetto pubblica 3 proverbi in dialetto e in italiano




Pubblicazione N° 43
Proverbi sui mestieri e le professioni
Provérbi sui mestér e il profesjon

Cambia mugniaio, cambia ladro.
Cambia molinär, cambia lädor.                          

Mezzadri, mezzi ladri.
Mzädor, méz lädor.                                   
I Reggiani invece dicono: “Se ét
vó védder un lèder p’r i camp, to un
mzèder e mèttel cazant”.

Quando è sera, la matta fila.
Cuand l’è sira, la mata la fila.                   
Cioè: solo la luce del giorno è fatta per il lavoro.

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domenica 10 agosto 2014

BRESECELLO (RE) 20 E 21 AGOSTO DUE SERATE PARMIGIANE



BRESCELLO (RE) 
FIERA DI SAN GENESIO 20 E 21 AGOSTO 
DUE SERATE 
PARMIGIANE. 


20 AGOSTO
" ROBI NOSTRANI" 
CON MAURO ADORNI, CORRADO MEDIOLI, EUGENIO MARTANI. 


21 AGOSTO
"IO PARLO PARMIGIANO" 
OSPITI ENRICO MALETTI E GIANPAOLO CANTONI.




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venerdì 8 agosto 2014

La Compagnia "La Duchèssa" nella commedia dialettale " A la Bersaljéra", alla Pergola della Corale Verdi.


PERSONAGGI E INTERPRETI DELLA COMMEDIA
 " A LA BERSALIERA"
DI ALFREDO PITTERI.

DON LISANDOR, CAPPELLANO; PIETRO VITALI.
DON GAITAN, PARROCO; LUIGI CHIAPPONI.
LA SJORA CHIARA, PARROCCHIANA; FRANCA BODRIA.
GIGETTO, FIGLIO DI CLARA; ALESSANDRO CHIAPPONI.
RITA, MADRE DI GEMMA; MARINA PADOVANI.
GEMMA, NIPOTE DI DON GAITAN; CHIARA FANTONI.
BRUNO LARINI, INNAMORATO DI GEMMA; ALESSANDRO DALL'AGLIO.
FINA, PERPETUA;
CLAUDIA GRECI.
DIONISIA, CONTADINA; CECILIA VIGHI.
BERTO, BERSAGLIERE;
LINO CREMONA.

TECNICO LUCI E SUONI, SONIA PLEZ.
COSTUMISTA, MARIUCCIA CERRA.

REGIA DI
GIOVANNI CATALANO.



(FOTO DI CRISTINA CABASSA)
(CLICCA SULLE FOTO PER INGRANDIRLE) 

 
 



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