"Al Condominni" poesia brillante in dialetto parmigiano di Bruno Pedraneschi,letta da Enrico Maletti

Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


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domenica 7 settembre 2014

Il Vangelo della domenica. Commento di don Umberto Cocconi.

IL VANGELO DI DOMENICA 7 settembre 2014
Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». (Vangelo secondo Matteo)

La qualità più straordinaria e più decisiva di queste “istruzioni per la gestione dei conflitti” è tutta nell’espressione “Se tuo fratello…”. Gesù si esprime con un ipotetico “se” e non con un “quando”: non considera il peccato, l’offesa, come una necessità ineluttabile, nei rapporti tra i membri della comunità riunita in suo nome, chiamata a diventare l’esempio e il fermento di una fraternità universale. Al discepolo, poi, viene comunicata una cosa ancora più importante: chi commette una colpa contro di te, è e resta “tuo fratello”, sempre e comunque, qualsiasi cosa accada. Se anche avrà mancato verso di te in modo grave, tu dovrai, nonostante tutto, cercare un dialogo con lui. Non potrai, neppure in nome della giustizia, interrompere questa relazione: dovrai avere pazienza, accettare tempi più lunghi e modalità progressive, che aiutino entrambi a discernere, con l’aiuto della comunità, la via per una possibile riconciliazione. Come direbbe Martin Buber, al principio di ogni questione, dev’esserci la relazione; il dialogo rappresenta, in effetti, un gesto di fiducia, un’esperienza di rivelazione, un’opportunità per conoscere l’altro, che porta entrambi a “nascere” insieme nella realtà conosciuta. L’incontro con l’altro ci fa comprendere che siamo persone sempre incomplete: abbiamo bisogno di un “tu” per essere un “io” autentico e, grazie alla relazione, viviamo un’esperienza sempre costruttiva e nutriente, persino nella sofferenza e nella delusione. La delusione, nonostante tutto, ci offre, infatti, la possibilità di ritrovare e conoscere aspetti reconditi di noi stessi, di comprendere ciò che veramente cerchiamo nel rapporto con l’altro e sino a che punto siamo disposti a ricostruirlo. «Bisogna che l'uomo si renda conto, innanzitutto lui stesso, che le situazioni conflittuali che l'oppongono agli altri sono solo conseguenze di situazioni conflittuali presenti nella sua anima, perciò deve sforzarsi di superare il proprio conflitto interiore, per potersi così rivolgere ai suoi simili da uomo trasformato, pacificato, per allacciare con loro relazioni nuove e così trasformate. Cominciare da se stessi: ecco l'unica cosa che conta. "Cerca la pace nel tuo luogo".

Non si può cercare la pace in altro luogo che in se stessi» (E. Lévinas). Il fatto poi che Gesù dica, a colui che si sente nel giusto: “Ricordati che quello che hai davanti è prima di tutto tuo fratello e non un nemico”, vuol dire chiaramente che si è chiamati a instaurare una relazione di reciprocità. Se sto di fronte a un essere umano come a un mio fratello, o ad una mia sorella, quando gli rivolgo la parola fondamentale “tu”, allora non lo “declasserò” al rango di una crisalide senza volto, ma rimarrà pur sempre una farfalla. Chi ha subito un torto, chi può considerarsi dalla parte del diritto, è chiamato comunque a considerare l’avversario sempre come un fratello, al quale dovrebbe tenere come a se stesso, tanto da saperlo guardare con occhi di benevolenza, con lo sguardo di chi cerca di capire e di comprendere: la persona vale molto di più delle sue azioni! Riconoscere l’altro significa riconoscere i suoi bisogni e le sue fragilità, significa considerarlo innanzitutto un interlocutore, con cui intrecciare un discorso non su di lui, ma con lui. L'incontro autentico fra due esseri umani avviene quando entrambi, in qualche modo, riescono a mettersi l’uno nei panni dell’altro, per comprendere e accettare la rispettiva visione del mondo e delle cose, oltre ad imparare ad ascoltarsi reciprocamente. L’”altro” è per me sempre un appello, una provocazione: già il solo “esserci”, con la sua identità e i suoi bisogni, m’invita a uscire da me stesso. Ancor prima che io lo designi come un “tu”, lui mi convoca e mi chiama. Il volto dell’altro m’impone un atteggiamento etico: «E’ il povero per il quale io posso tutto e al quale debbo tutto. E io, chiunque sia, sono colui che ha delle risorse per rispondere all’appello. Il volto dell’altro mi coinvolge, mi mette in questione, mi rende immediatamente responsabile. Fin dall’inizio, l’estraneo che non ho né concepito né partorito, l’ho già in braccio» (E. Lévinas). Viene da pensare che Gesù, attraverso questa pedagogia del dialogo e del confronto basato sull’ascolto, voglia portare i contendenti a rivedere entrambi le loro posizioni. Il prezzo che alla fine i due saranno chiamati a pagare, se non giungeranno a una soluzione, sarà la rottura del dono più grande: la comunione fraterna. Quando si arriva a questo, è perché non si è stati capaci o da una parte di perdonare o dall’altra di riconoscere la propria colpa. Ognuno si è fatto condizionare, in modo estremo, dalle proprie ragioni. 

Paul Ricoeur ha sottolineato la difficoltà del perdono, mettendone in luce il valore autentico: «Il perdono difficile è quello che, prendendo sul serio il tragico dell’azione, punta alla radice degli atti, alla fonte dei conflitti e dei torti, che richiedono il perdono: non si tratta di cancellare un debito sulla tabella dei conti, come in un bilancio contabile, ma si tratta di sciogliere dei nodi». Per perdonare bisogna essere in grado di guardare la realtà dal punto di vista di colui che ha commesso una colpa, per comprendere le motivazioni e le pulsioni alla base delle sue azioni: questa è la parte maggiore del “nodo” da sciogliere. Ma quello che il filosofo francese vuol dirci, soprattutto, è che, nello sciogliere dei nodi intricati (e ogni comportamento “colpevole” lo è!), perdonare ci permette di tagliare il legame esistente tra il colpevole e il male compiuto, ma anche tra l’offeso e il male subito. Il tempo può riprendere a scorrere, tanto per chi ha commesso “il fattaccio”, quanto per la vittima che lo ha subito; entrambi, infatti, sono a rischio di rimanere eternamente imprigionati nella gabbia dell’offesa e del danno subito anche in un tempo assai remoto. Solo se saremo capaci di metterci d’accordo, di rinnovare e di ricostruire ogni giorno la fraternità, sarà possibile chiedere qualunque cosa al Padre che è nei cieli: Lui non mancherà di concedercela, anzi si manifesterà con la grazia più grande. Quando si è capaci di unirsi e riunirsi non più nel proprio nome, “luogo” del proprio narcisismo e del proprio egoismo, ma nel nome di Gesù, allora Lui è davvero, pienamente, in mezzo ai suoi. Una cosa da ricordare, nelle nostre eucaristie domenicali e anche negli altri giorni della settimana, come Papa Francesco, realisticamente, ci abbia messo in guardia: «A volte le nostre parrocchie, chiamate a essere luoghi di condivisione e di comunione, sono tristemente segnate da invidie, gelosie, antipatie… E le chiacchiere sono alla portata di tutti. Quanto si chiacchiera nelle parrocchie! Questo non è buono. Questa non è la Chiesa. Non si deve fare, non dobbiamo farlo! Bisogna chiedere al Signore la grazia di non farlo. Questo succede quando puntiamo ai primi posti; quando mettiamo al centro noi stessi, con le nostre ambizioni personali e i nostri modi di vedere le cose e giudichiamo gli altri; quando guardiamo ai difetti dei fratelli, invece che alle loro doti; quando diamo più peso a quello che ci divide, invece che a quello che ci accomuna».
(DON UMBERTO COCCONI)

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